Capitolo 5
Nessuno dei due si mosse.
Nessuno dei due parlò.
Non c’era niente da dire.
Lacrime gelide continuavano a scorrere sul viso della ragazza, senza che lei nemmeno se ne accorgesse.
Kiba la guardava, muto.
Era successo ciò che più temeva dal principio: aveva ferito Hinata.
Non se lo sarebbe mai perdonato.
Aprì le labbra, poi le richiuse senza un suono.
Sentiva ancora su di sè l’odore di Neji, il sapore di quella pelle indugiava ancora sulle sue labbra…come poteva dire qualcosa?
Come poteva cercare una giustificazione?
Chinò il capo; un peso insostenibile gli opprimeva il cuore, troppo grande per una persona sola.
-Mi dispiace…mi dispiace Hinata…- strinse i denti, le mani contratte attorno agli stipiti della porta tanto da essere sbiancate -…questo non doveva succedere…-
Lei non rispose.
Non si mosse. Non lo guardò.
Continuò a fissare il vuoto davanti a sè, le lacrime che scendevano lente a rigarle il pallido volto.
-Hinata…?- il tono di Kiba si fece preoccupato.
-Hinata, mi senti?-
Allungò una mano e le toccò delicatamente la spalla: fu allora che la ragazza si riscosse.
Sollevò il viso di scattò verso di lui, iniziando a singhiozzare quando i suoi occhi incontrarono quelli di Kiba.
Sembrava una bambina, spaventata e sola.
-Kiba…Kiba..- il tono implorante provocò una fitta dolorosa al cuore del ragazzo -Kiba…come..p-perchè..?-
La ragazza nascose il viso tra le mani, il corpo sottile scosso da sussulti.
Lui agì senza pensare: si protese verso di lei e la strinse fra le braccia, nascondendole il viso contro il proprio petto.
Aveva ferito l’unica persona a cui fosse mai importato qualcosa di lui, l’unica che gli avesse donato il suo affetto in tutti quegli anni.
Hinata spalancò gli occhi a quel gesto, poi li socchiuse tra le lacrime. Rimase immobile, aggrappandosi a quel contatto così familiare e rassicurante, quelle braccia forti che l’aveva protetta e cullata così tante volte. Avrebbe voluto poter chiudere gli occhi e fingere che non fosse mai successo nulla, fingere che fosse tutto un brutto sogno; si sarebbe risvegliata tra le braccia di Kiba, e avrebbero riso insieme di quella storia, come facevano sempre.
Era quello di cui aveva più bisogno in quel momento, e per un istante si illuse di poterlo avere ancora: ma dalla pelle di Kiba, calda e sudata, proveniva un odore familiare quanto la sua dolce stretta. Un tenue profumo di gelsomino appena sbocciato.
Hinata strinse i pugni, i singhiozzi che aumentavano d’intensità, e con una spinta allontanò il corpo del ragazzo da sè. Non voleva più sentire quell’odore, mai più..
Rimase immobile fissando il volto addolorato dell’Inuzuka, mentre un’espressione disperata le disegnava i lineamenti.
Quello non era più il suo Kiba…Era rimasta sola.
-Io…io non voglio…più rivederti…-
La voce era solo un sussurro interrotto dal pianto, ma a Kiba fece più male di mille grida e insulti.
Non disse nulla e, quando la ragazza si voltò e corse via, non provò nemmeno ad inseguirla; si accasciò semplicemente contro la porta lasciata aperta, prendendosi lentamente il volto tra le mani.
“Maledizione…non doveva andare così…”
L’unica tra loro che non avrebbe dovuto soffrire era proprio Hinata, invece era successo l’esatto contrario.
E la colpa era sua.
Sapeva da tempo che avrebbe dovuto scegliere, prima che si arrivasse a quell’inevitabile conclusione; aveva continuato a rimandare però, incapace di rinunciare all’una o all’altro, all’affetto che lo faceva sentire amato o alla passione che lo faceva sentire vivo.
Ma quel doppio gioco era andato avanti troppo a lungo…e ora per il proprio egoismo, aveva perso Hinata per sempre.
Sollevò gli occhi arrossati.
E incontrò due occhi che lo guardavano, in tutto e per tutto uguali a quelli della ragazza, se non fosse stato per l’espressione.
Neji sorrideva.
Sorrideva come mai l’aveva visto fare prima, con una soddisfazione quasi inquietante.
Fissava Kiba, rimanendo voluttuosamente steso sul tatami decorato senza curarsi di sistemare le proprie vesti; per nulla preoccupato di quanto era appena accaduto.
Sembrava anzi incredibilmente soddisfatto.
Vittorioso, questa era la parola giusta.
Pareva che quello fosse esattamente ciò che aspettava.
Una fredda e tagliente consapevolezza iniziò a farsi strada in Kiba, ma il ragazzo si sforzò di ricacciarla indietro; la sua natura rifiutava di concepire che esistesse qualcuno così spietato e calcolatore…
Quando però il sorriso sul volto dai lineamenti cesellati divenne un ghigno, Kiba ne ebbe la certezza, e la sua incredulità lasciò il posto alla rabbia.
-Tu…tu, sei stato tu…-
Il ghigno si allargò, mentre lo Hyuga si metteva in piedi, sistemando con attenzione le pieghe dello yukata attorno alla propria figura.
-Tu miravi a questo…fin dall’inizio…-
Il ragazzo lo guardò, ostentando un’espressione desolata.
-Oh, no…cosa te lo fa pensare?-
Kiba sentì i muscoli tremare, sentì le proprie mani urlare per la voglia di prendere a pugni quel viso fino a farlo scomparire per sempre.
-..perchè?-
Neji tornò a sorridere, avvicinandosi con passi volutamente languidi al ragazzo che lo aveva appena aiutato a distruggere la vita di sua cugina.
-Perchè?- fissò Kiba con un’espressione spaventosamente sincera, tanto che il castano si sentì rabbrividire. -Perchè io la odio…tutto qui, Inuzuka. Tu hai solo avuto la sfortuna di trovarti in mezzo, ma ora che ti ho tolto a lei…non mi servi più…-
Sentì un morso allo stomaco nel pronunciare quelle parole, ma lo ignorò e continuò a sorridere: aveva raggiunto il proprio obbiettivo, questa era la cosa importante.
Era tempo di chiudere il cerchio.
Kiba abbassò lo sguardo; un’ombra scura scese a coprirgli il volto e i pugni gli si contrassero spasmodicamente lungo i fianchi.
-Tu…-
Quello Hyuga…si sbagliava di grosso se pensava che fosse tutto finito!
Non aveva ancora capito con chi aveva a che fare: se soffi sulle braci e le alimenti, come aveva fatto Neji lungo quei due mesi, prima o poi il fuoco crescerà tanto da diventare un incendio. E un incendio non si più controllare, nè anticipare: divampa di colpo, e divora tutto ciò che incontra sulla propria strada.
La mente di Kiba prese fuoco, arsa dalla rabbia.
Senza alcun preavviso, afferrò il collo sottile dello Hyuga e lo spinse contro il legno della porta; l’urto fu tale da togliere il fiato al moro per un istante, lasciandolo boccheggiante.
I suoi occhi, bianchi e spalancati, parevano immensi, incapaci di realizzare quello che d’improvviso stava succedendo; vedeva il volto di Kiba di fronte a sè, e la stretta forte delle sue mani era dolorosa attorno alla zona delicata della propria gola.
Non riusciva a reagire: non aveva previsto, nel suo piano perfetto, che l’Inuzuka potesse comportarsi così. Aveva sbagliato a giudicarlo, ancora una volta: di nuovo, un sottile barlume di paura si fece strada dentro quelle iridi che mai avevano mostrato timore….di nuovo, per colpa di quell’animale imprevedibile che tanto disprezzava.
L’Inuzuka lo teneva bloccato, lo sguardo fisso sul bellissimo viso e la pelle sottile del lungo collo stretta tra le proprie dita. Poteva sentire la giugulare di Neji pulsare ritmicamente attraverso l’epidermide calda, e i battiti del suo cuore accelerare in preda al panico.
Gli occhi d’oro erano invasi da una rabbia cieca, profonda e disperata: avrebbe voluto picchiarlo, prenderlo a pugni, fargli sentire lo stesso dolore che stava provando lui in quel momento. Avrebbe potuto stringere un po’ la presa, e i due pallidi occhi che lo fissavano spalancati si sarebbero chiuse per sempre.
Ma non fece niente di tutto ciò.
Non poteva.
Perchè, nonostante tutto, nonostante la furia cieca che gli urlava nel cuore in quel momento, una voce saliva dal suo animo a sussurrargli la cruda verità: per quanto Hinata stesse soffrendo, per quanto Neji l’avesse semplicemente usato per il suo meschino fine… Kiba non era pentito.
Odiava ammetterlo davanti a se stesso, ma la realtà era questa: non era assolutamente pentito di ciò che aveva fatto…ed era questo a farlo arrabbiare più di ogni altra cosa.
Come poteva infatti odiare Neji, come poteva scaricare su di lui la propria ira, quando guardandolo sentiva ancora il proprio desiderio bruciare sotto gli strati di rabbia?
Gli era piaciuto ciò che c’era stato tra loro, più di ogni altra cosa avesse mai provato prima. E, sebbene schiacciato dal senso di colpa, non poteva nascondersi di desiderare ancora le mani dello Hyuga su di sè, e la sua pelle sotto le proprie labbra.
Strinse i denti fino a farsi male, lacerato tra il desiderio di picchiare Neji e quello di prenderlo con la forza. Poi rivide le lacrime di Hinata, il suo sguardo abbandonato e i suoi singhiozzi, così simili a qualli di una bambina, e una fitta colpevole gli attraversò il petto; con un urlo simile ad un ringhio lasciò andare di colpo la presa, incapace di sostenere oltre la pressione di quelle emozioni contrarie e dilanianti.
Neji si accasciò a terra come un fantoccio vuoto, tossendo spasmodicamente nel tentativo di riprendere aria; sentiva la presenza di Kiba torreggiare ancora su di sè, e i suoi occhi duri come roccia fissarlo con una rabbia che mai aveva visto prima. Sollevò la schiena contro lo stipite, un’espressione quasi incredula sul viso ansimante; l’Inuzuka lo fissava muto, la mascella ancora contratta e i palmi aperti che tremavano lungo i fianchi.
Poi li strinse con forza, e senza una parola si voltò; in pochi istanti era scomparso, veloce come una ombra nella luce accecante del pomeriggio.
Lontano dal tokonoma buio, e da quell’essere capriccioso e crudele che l’aveva stregato.
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