Capitolo 4
Era un pomeriggio caldo e afoso.
Il sole splendeva alto nel cielo e la sottile ombra degli alberi pareva irreale quanto un miraggio.
Kiba camminava con passo lento lungo il grande viale alberato, uno dei più eleganti del villaggio: ormai aveva percorso quella starda un’infinità di volte da quando, quasi tre anni prima, lui e Hinata Hyuga avevano iniziato la loro storia.
Quasi tre anni…
Sembravano un’infinità di tempo, ma per Kiba erano volati; solo ora, voltandosi indietro, si rendeva conto di quanto lunghi in realtà fossero stati.
Lui stesso era cambiato moltissimo rispetto a tre anni prima: da cucciolo selvatico e randagio che era, si era trasformato in un cagnolino affettuoso, andato a rifugiarsi tra le braccia amorevoli dell’unica ragazza che avesse mai provato a capirlo. Crescendo però, si era ritrovato ad essere un lupo che nascondeva la propria natura, ostinandosi a fingere di essere solo un cane troppo cresciuto.
Costretto tra le sbarre che lui stesso si era imposto.
Ma nessun animale selvatico può resistere all’odore della libertà; così, due mesi prima, uno strano rapporto era iniziato tra lui e Neji Hyuga.
La cosa però non poteva andare avanti ancora a lungo, Kiba lo sapeva.
Quel giorno, quando arrivò dinanzi al portone della tenuta, Kiba esitò per un istante.
Il suo sesto senso lo stava mettendo disperatamente all’erta, contro qualcosa che però non riusciva ad identificare.
Si guardò attorno, guardò il proprio dito sospeso a pochi centimetri dal campanello, che non si decideva a premere, e ancora non riuscì a capire.
Cos’era quella sensazione..?
Stava per girarsi ed andarsene, quando la porta di ferro si aprì rumorosamente.
Dietro di essa, apparve un viso elegante e allungato, un corpo longilineo ma forte, avvolto in uno yukata candido, e due occhi algidi come la neve.
Neji Hyuga.
Kiba rimase paralizzato: da quando si erano parlati per la prima volta, due mesi prima, non si era più trovato così vicino al ragazzo. L’intenso profumo di gelsomino che accompagnava sempre lo Hyuga stuzzicò insistentemente le sue narici, risvegliando nella mente di Kiba ricordi e sensazioni.
Cosa faceva lì, Neji?
Ancora una volta, come già era successo, Kiba si sentì a disagio, messo all’angolo da quello sguardo distaccato che reclamava una spiegazione.
“Io non ti devo niente, dannazione…sono qui per Hinata…perchè mai mi dovrei giustificare davanti a te?”
Tuttavia, non riuscì a rimanere in silenzio.
-Senti Hyuga, sono qui per…-
-So perchè sei qui, Inuzuka….Credi che ci sia qualcuno in questa casa che non lo sa?- Il tono dello Hyuga era a dir poco pungente.
Kiba arrossì fino alla punta dei capelli. E questo cosa voleva dire?!
Con un moto di stizza allungò una mano, facendo per scansare il ragazzo di fronte a sè…non sapeva cosa significasse la presenza dell’altro lì, ma di certo ne aveva avuto abbastanza.
Il suo braccio però fu fermato da una stretta forte e decisa: Neji lo fissava negli occhi, a pochi centimetri dai suoi.
-Non sai proprio cosa sia l’educazione, vero? Dovresti imparare a controllarti…-
Le iridi dorate brillarono, mentre Kiba digrignava i denti e stringeva con forza il pugno tra le dita dello Hyuga.
Di fronte a lui, gli occhi chiari e freddi come specchi d’acqua ghiacciata rimasero immobili, privi di qualunque segno d’emozione…fermamente puntati nei suoi.
-…comunque sia, cerca di darti una calmata. Hinata è dovuta uscire per un impegno improvviso, e non ha potuto avvisarti in tempo. Mi ha chiesto di riferirtelo.-
Il tono piatto e atono del moro ebbe l’effetto di placare parzialmente la rabbia di Kiba.
Ma ancora una cosa non gli suonava chiara.
-E da quando in qua tu fai ciò che tua cugina ti chiede, Hyuga?-
Il tono sarcastico provocò una fredda smorfia sul viso di Neji.
-Ti ricordo che io appartengo alla Casata Cadetta, Inuzuka…se un membro della Casata Principale ci fa una richiesta, è nostro dovere esaudirla. Anche se si tratta di una seccatura, come in questo caso…-
Kiba sbuffò sarcastico, liberando il proprio polso dalla stretta del ragazzo.
-Beh, tante grazie allora…dì a Hinata che ci vedremo domani, se non ti è di troppo disturbo…-
Di nuovo si girò per andarsene, ma la voce dello Hyuga lo bloccò.
-Aspetta…Hinata mi ha detto di farti accomodare nel tokonoma fino al suo ritorno. Non ci impiegherà molto..-
Kiba avvertì un brivido lungo la schiena. Si voltò lentamente, un’espressione dubbiosa negli occhi ambrati.
La sua mente era preda di mille pensieri, che si accavallavano l’uno sull’altro senza permettergli di riflettere…
Non si rese conto del proprio sesto senso, tornato ad avvisarlo.
Neji dal canto suo, si limitava a fissarlo, immobile, attendendo una risposta.
-Beh…- Kiba avvertì la propria voce uscire incerta, e si schiarì nervosamente la gola -…se è stata Hinata a chiedertelo…va bene..-
Senza aggiungere una parola, lo Hyuga gli diede le spalle e si incamminò verso la grande casa; Kiba interpretò quel gesto come un invito a seguirlo, e con un sospiro si avviò dietro i passi del ragazzo.
Sperava solo che Hinata non ci mettesse troppo.
Sentiva i battiti del proprio cuore risuonargli nelle tempie, e, nel guardare la bianca schiena dinanzi a sè, si chiese per quanto tempo avrebbe potuto resistere prima di fare qualcosa di cui poi pentirsi.
Passando per i giardini sul retro, i due arrivarono alla porta che immetteva direttamente nel tokonoma.
La stanza al piano terra, incredibilmente grande rispetto a quella di una normale casa, era priva di mobili al suo interno; vi erano conservati tutti i tesori di cui andava fiera la millenaria casata, insieme a diverse spettacolari opere di Ikebana.
Rispetto all’accecante luce esterna, il luogo appariva completamente immerso nell’ombra: Kiba vi entrò con circospezione, lasciando ai propri occhi il tempo di abituarsi all’oscurità.
Sentì la porta chiudersi alle proprie spalle, e i passi leggeri dello Hyuga sul tatami decorato; ma non vi fece caso, incantato dallo spettacolo di quadri, porcellane e fiori dinanzi a sè.
Quando due braccia incredibilmente forti lo afferrarono da dietro, rimase senza fiato: una stretta d’acciaio si strinse attorno al suo collo, un corpo caldo aderì al suo, gettandolo a terra. Due mani frettolose si infilarono ruvidamente sotto i suoi vestiti.
Kiba non capiva.
Provò a divincolarsi, ma la presa non si allentava.
Sentì una voce nel suo orecchio:
“Shhh…”
Un sussurro rocò e affannoso.
Il castano perse il controllo del proprio corpo, completamente succube sotto le mani dell’altro: smise di lottare, ogni muscolo paralizzato dai brividi che scorrevano lenti avanti e indietro, simili a strisce di fuoco.
Iniziò involontariamente ad ansimare, mordendosi le labbra per non farsi sentire: dagli altri, ma sopratutto dallo Hyuga.
Non gli avrebbe dato soddisfazione così facilmente.
La loro sfida era ancora aperta.
La lingua dell’altro era sul suo collo, sù, fino alla pelle sensibile dell’orecchio; il suo fiato fresco gli stuzzicava il lobo, mentre con le mani continuava a lavorare in basso, facendo inarcare Kiba sotto di sè.
Nessuno parlava, nessuno dava o cercava spiegazioni.
Nessuno si preoccupava di cosa sarebbe successo se uno dei tanti abitanti della casa fosse entrato in quel momento.
Kiba ormai era al limite della sopportazione.
Neji se ne accorse; esitò per un istante, poi, con un sorriso appena accennato, si bloccò senza motivo.
L’Inuzuka rimase spiazzato: cosa diavolo faceva quell’idiota?
Con il fiato corto e il corpo coperto di sudore, riuscì a voltarsi per guardare in faccia il ragazzo sopra di sè: gli occhi chiari erano freddi e distanti come sempre.
Ma a Kiba non importava: voleva solo che Neji portasse a termine quello che aveva iniziato, e lo voleva subito.
Quello stronzo non poteva farmarsi ora.
-Continua…-
Ma Neji si limitò a fissare le sue pupille dilatate dal piacere senza fare niente, godendosi il volto di Kiba sconvolto dall’orgasmo imminente.
L’Inuzuka ringhiò, odiando il modo in cui quell’essere freddo riusciva a farsi desiderare, rendendo la sua pelle bollente e smaniosa come mai era stata prima; ma Neji non avrebbe vinto. Kiba non glielo avrebbe permesso.
Abbassò lo sguardo sui fianchi dell’altro, e capì cosa doveva fare.
Lo Hyuga era terribilmente egoista: non gli avrebbe mai dato niente senza ricevere altrettanto in cambio.
Kiba però aveva un vantaggio; era imprevedibile, perchè non seguiva la ragione, ma solo l’istinto.
Infilò velocemente una mano sotto lo yukata bianco, mentre il sorriso di Neji si macchiava di stupore. Kiba fece una smorfia divertita: con l’altra mano, afferrò il ragazzo per la tunica, trascinandolo con sè a terra.
Avrebbe avuto quello che voleva, a qualunque costo.
I loro corpi aderirono, ancora separati dai vestiti, ma i pantaloni di entrambi erano ormai abbassati abbastanza da permettere alle loro erezioni di toccarsi.
Kiba, con un mugolio trattenuto, unì il proprio membro alle carezze che stava facendo all’altro, sentendo il piacere che riprendeva a scorrere come adrenalina nelle proprie vene. Digrignò i denti in un sorriso, gli occhi d’oro soddisfatti fissi sul volto di Neji: al contrario dell’altro, lui aveva sempre e solo immaginato il viso dello Hyuga durante i loro “incontri”.
Ora finalmente poteva vederlo.
Neji si reggeva sui gomiti sopra il proprio compagno, gli occhi chiusi e le labbra leggermente aperte, il corpo rigido e teso, i muscoli contratti. La sensazione della mano di Kiba su di sè, le sua gambe strette attorno ai fianchi, il modo in cui aveva riscritto le regole poco prima…tutto ciò era qualcosa di assolutamente nuovo per lo Hyuga, diverso da tutti i rapporti che aveva mai avuto prima.
Kiba era lì, sotto di lui, come aveva sognato…ma non era per niente sottomesso.
Non era come TenTen, nè come tutte le altre; non sottostava incondizionatamente ai suoi desideri, pensando solo a dargli piacere.
Lui si era fermato, ma Kiba non glielo aveva permesso.
Kiba dava, certo…ma solo per ricevere, o meglio prendersi, ciò che voleva.
Era lui ad avere il controllo della situazione.
Era lui ad avere le redini.
Neji ebbe paura. Di colpo, si sentì terribilmente simile alle ragazze che aveva sempre usato.
Questa volta era lui il giocattolo, nelle mani di un bambino che voleva divertirsi.
E la cosa più spaventosa…era che quella sensazione gli piaceva.
Gli piaceva dannatamente tanto.
Kiba continuava ad osservarlo, mentre i loro corpi si sfregavano l’uno all’altro.
Sentiva l’istinto farsi spazio, prendere il sopravvento: con un colpo di reni, invertì le loro posizioni, ritrovandosi a cavalcioni dello Hyuga.
Si allungò sul suo torace glabro, arrivando a leccargli la pelle sensibile sotto il mento, mentre con le mani gli afferrava i polsi, bloccandoli oltre la testa.
Nel mentre, continuò a muovere con forza il bacino contro quello dell’altro, strappando gemiti soffocati ad entrambi.
I gesti si fecero affannosi, i movimenti sempre più veloci.
Nell’attimo in cui sporcava con il suo seme il ventre candido di Neji, Kiba lo afferrò per i capelli, soffocando in un bacio selvaggio il proprio urlo.
Neji strinse le gambe attorno ai finachi dell’Inuzuka con forza quasi dolorosa, venendo a sua volta, scosso da brividi incontrollabili.
Il loro orgasmo risuonò, soffocato dal bacio, tra le quattro pareti.
Poi silenzio.
E in quel silenzio, un rumore di là della porta.
Kiba si voltò.
Annusò l’aria, pregna del loro odore, e sgranò gli occhi.
In un secondo fu in piedi, allacciandosi affannosamente i pantaloni.
Neji non si mosse.
Rimase steso a terra, riprendendo fiato, gli occhi bianchi fissi sul soffitto.
Sulle labbra sottili, un sorriso trattenuto.
Con un balzo Kiba fu davanti alla porta del tokonoma; la spalancò con forza, il volto sconvolto.
Gli apparvero due occhi chiari, dai riflessi di neve, pieni di lacrime.
Senza espressione. Senza più luce.
Hinata fissava dritto davanti a sè, immobile come una pallida statua di ghiaccio.
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