PALPITA ANCORA UN CUORE
Era un po’ ansioso.
Rincontrare quello oscuro giovine lo metteva a disagio.
Si rigirò fra le mani l’invito, nervoso.
“Forse dovrei riconsiderare la proposta e magari annullare l’incontro. Cosa ne pensi Ino?” rivolgendo i suoi dubbi verso la padrona della locanda in cui alloggiava.
Ino era una bella ragazza sui vent’anni con una lunga coda bionda che le ricadeva morbidamente su una spalla.
Era la figlia del proprietario e in sostanza era lei che mandava avanti la locanda.
“Non saprei, ispettore. Ma posso dirle che io mi riterrei molto offesa se un mio ospite annullasse all’ultimo minuto un mio invito”
“Gia” sbuffò depresso l’uomo
“Ma perchè mettete su quel broncio! Perbacco! Chi sarà mai questo uomo che tanto temete? Da chi fuggite ispettore?” disse ironicamente la ragazza.
Ino era una cara ragazza, ma era troppo esuberante.
“Allora? Ispettore?”
“Basta, Ino” disse freddamente.
La ragazza si zittì solo per pochi minuti per riprendere più evasiva
“Non sarà un appuntamento galante con una fanciulla a cui vorrete mancare? Perchè vi sbatto fuori a calci nel sedere se osate mancarle la parola” e lo squadrò inviperita.
“No, che sciocchezze non ho tempo per queste cose” e mosse la mano come per scacciare qualcosa di fastidioso che gli ronzava davanti al volto.
Sperò che la risposta zittisse una volta per tutte la padroncina.
Ino un po’ sbuffando un po’ borbottando dichiarò la ritirata.
Era simpatico il suo modo infantile, anche se a volte era insopportabile.
E’ vero, tutto ciò che le passava per la testa lo diceva senza curarsi delle conseguenze.
Aveva la brutta abitudine di essere troppo esuberante.
Ma lì, in quel posto sperduto, sembrava essere tutto così normale, quasi giusto.
Tutti gli abitanti erano calorosi e chiacchieroni.
O meglio, quasi tutti.
Vi era poi sempre quella strana razza a cui appartenevano i nobili o i ricchi borghesi che erano tutto l’opposto.
Ciò gli riportò alla memoria il Conte.
Cosa doveva fare?
Non poteva rifiutare.
Ma le gambe non si muovevano.
“Non può essere così terribile” una voce dolce e melodiosa interruppe i suoi pensieri.
Una ragazza, della stessa età di Ino, dai lunghi capelli rosa trattenuti da un cerchietto, gli sorrideva.
Aveva occhi di un verde brillantissimo, accecante.
Due occhi da cerbiatto.
“Prego?” sussurrò
“Ho detto che la persona che vi ospita non può essere così terribile”.
Non furono tanto le sue parole, ma quella voce mielosa a tranquillizzarlo.
“No, non è terribile. E’ solo un po’ tenebroso, ma i suoi modi sono affabili. E’ il suo sguardo che mi mette ansia. Sembra poterti guardare attraverso”
“Forse mi sbaglio… ma se voi gli permetteste di guardarvi dentro senza porre barriere non vi guarderebbe più così. Non ne avrebbe più motivo”
“Perchè? Ha un motivo adesso per squadrarmi in quel modo?”.
La ragazza sorrise al suo sarcasmo, ma sempre dolcemente rispose
“Forse. Forse cerca di proteggersi da voi. Vi ricordo che voi portate un distintivo. Non è così strano che provi antipatia per voi o sia reticente nei vostri confronti”.
Non aveva torto.
In fondo era vero.
Quando lo aveva incontrato la prima volta lo aveva aggredito con le domande.
Effettivamente chiunque sarebbe divenuto ostile con un simile trattamento.
Considerando poi che Uchiha era un nobile, doveva essersela presa parecchio, credendo questa come un’offesa personale.
Facendo qualche conto non era ammissibile un rifiuto a questo punto.
Sospirò afflitto.
“Grazie per la chiacchierata…”
“Sakura. Mi chiamo Sakura” e fece un breve inchino e poi quasi sussurrando disse
“Sotto quella dura corteccia c’è un cuore che palpita… ancora” e posò sul tavolo una rosa rossa.
L’ispettore guardò meglio il fiore e notò che era quasi appassito.
Una volta doveva essere stata una bella rosa.
Era un peccato.
Alzò lo sguardo per cercare una spiegazione sul volto di quella fanciulla.
Lei era sparita.
Si guardò attorno, ma di lei non vi era più traccia.
Prese in mano la rosa e la osservò meglio.
“Cosa? Ma… ma dove l’avete presa? Non potete… non potete tenerla qui! Si arrabbierà!” strillò Ino, mentre le poche persone ai tavoli lo guardavano inorriditi.
“Perchè? Chi si arrabbierà?”
“Il Conte” rispose una voce anziana e profonda.
Un uomo canuto avanzò tranquillo verso di lui con la pipa fra le labbra, tirandone saltuariamente una boccata.
“Il Conte?”
“Il Conte ha vietato che in città vengano cresciute, vendute e seminate rose”.
Guardò allibito il fiore che stringeva ancora fra le dita.
“Come lo avete avuto, signore?” domandò il vecchio con voce atona, mascherandone l’ansia
“Me l’ha data una ragazza. Mi ha detto anche il suo nome, ehm…ah sì! Ha detto di chiamarsi Sakura!”.
Se prima il locale era silenzioso, ora, se possibile, lo era ancora di più.
“Venga con me” disse il vecchio dopo essersi ripreso anch’egli dallo stupore iniziale e lo precedette verso la porta.
L’aria era fredda e i suoi muscoli si lamentarono.
“Vedete, signore. E’ impossibile che voi abbiate ricevuto quel fiore da Sakura”
“Perchè? Io sono sicuro di averla vista! Maledizione, dove l’avrei presa questa se no?” urlò sventolando il fiore
“Non ne ho la più pallida idea. In questa contea non vi sono più rose da molto tempo”
“Come sarebbe a dire?”
“Se mi presterete un po’ del vostro tempo vi racconterò come stanno le cose”.
***
Si svegliò di colpo quando il treno imboccò una galleria, amplificando il rumore delle rotaie nello spazio angusto.
Sbadigliò apertamente e si stropicciò gli occhi.
Aveva dormito qualche ora, per ammazzare la noia.
Controllò l’orologio di nuovo, erano le sette.
Il sole non aveva ancora deciso di fare la sua comparsa.
Si alzò in piedi e maledì i suoi muscoli intorpiditi dal sonno che erano restii a muoversi.
Decise di fare una camminata.
Poteva andare a prendere un caffé nel frattempo, pensò.
Chiuse la porta scorrevole della cabina e si avviò per il corridoio.
Passate due carrozze, trovò ciò che cercava.
Non c’era nessuno a parte l’addetto alle colazioni.
Si sedette al piccolo bancone.
“Un caffé, per cortesia”
“Certo, signore. Come lo desidera?”.
“Macchiato”.
Dovette aspettare poco.
Gli venne servita una grossa tazza con dentro un denso liquido color ebano.
Guardò l’uomo versargli il latte nella tazza, aumentandone il livello
“Basta così, grazie”, l’uomo fece un leggero inchino e ricominciò i propri lavori.
Sorseggiò senza fretta il liquido bollente, ripensando all’ incubo che da un po’ di tempo infestava i suoi sogni.
Un cielo nero che sovrastava uno specchio d’acqua del medesimo colore.
Non poteva dire se era un mare, un lago, non riusciva a capirlo.
Una luna piena dava a mala pena la luce necessaria alle creste delle piccole e deboli onde.
Solo per quel motivo poteva differenziarlo dal cielo.
E poi l’immagine si faceva confusa, impedendogli di dargli qualsiasi significato.
A parte l’ultima scena.
Una luce intensa.
Due piume.
Una bianca.
Una nera.
Volteggiavano fino al pelo dell’acqua, posandosi.
Erano sporche di sangue.
E qui il sogno, o meglio l’incubo, aveva fine.
Non sapeva come interpretarlo.
L’unica cosa che sapeva e che doveva andare in quel posto.
Forse lì avrebbe trovato le risposte.
Finì la bevanda e lasciati i soldi sul bancone tornò alla propria cabina.
Era quasi arrivato, la prossima fermata sarebbe stata la sua.
Si infilò il cappotto, stringendoselo bene in vita.
Si sistemò la calda sciarpa attorno al collo e ripassò mentalmente ciò che avrebbe dovuto fare.
Sceso alla stazione, avrebbe cercato una carrozza che lo portasse fino a Konoha e lì avrebbe cominciato a cercare le risposte alla sua inquietudine.
Ripensò all’assurdo modo in cui scelse fra le tante città di questa zona, dove sentiva che sarebbe dovuto andare, proprio quel piccolo e sperduto paesino.
L’amica Hinata, che era una chiaroveggente, aveva fatto vibrare il ciondolo sull’area che lui aveva indicato ed era caduto quasi immediatamente su quel paesino, anzi per la verità non proprio al centro ma poco più fuori.
E così aveva scelto.
Calcolò la durata del viaggio e i possibili imprevisti: cambio dei cavalli, breve sosta per il cocchiere, rallentamenti dovuti alla neve.
Sì, per il pomeriggio sarebbe stato a Konoha in una comoda e calda locanda.
“Stazione di Lande” avvertì una voce agli altoparlanti.
Afferrò la valigia e si avviò all’uscita.
Con uno stridore di freni il treno si fermò e sceso fu inghiottito da un vento gelido.
Oltrepassò la stazione e si fermò poco fuori, cercando una carrozza abbastanza comoda e non troppo costosa per il lungo viaggio.
Ne trovò una perfetta.
“Mi scusi” urlò combattendo contro la furia del vento.
L’uomo completamente infagottato, si voltò verso di lui, rivelando due occhi nocciola brillantissimi.
“Quanto? Per arrivare fino a Konoha?”.
L’uomo alzò un dito.
“Una sterlina?! Ma sta scherzando!”
“Una sterlina o niente viaggio. C’è brutto tempo, è una strada lunga e difficoltosa, ci sono i briganti.” giustificò l’uomo urlando perchè potesse sentire.
“D’accordo” disse, “ma è un furto!” questo però lo pensò soltanto.
Salì in carrozza e chiuse la portiera con un rumore secco.
Tirò le tende lasciando solo un filo scoperto perchè entrasse quel poco di luce.
Si strinse il cappotto e si sistemò sul comodo divanetto.
C’era freddo all’interno, ma almeno non infuriava il vento.
Notò che in un angolo, sul divanetto di fronte, vi era un pannetto.
Lo prese e ci si avvolse, beandosi di quel tepore.
Con uno strattone la carrozza partì, o meglio cominciò ad arrancare cercando di vincere la neve che minacciava di bloccare continuamente le ruote.
Il viaggio sarebbe stato lento e lungo.
Bhè, almeno era al caldo.
Si lasciò coccolare dall’ululare del vento e dal cullare della carrozza.
Si addormentò.
Due occhi vispi guardarono dal finestrino anteriore l’ospite e un sorriso crudele si dipinse sotto la pesante sciarpa.
“Non arriverai mai a Konoha… non come sei partito” e una risata sadica venne infagottata dalla furia del tempo.
***
L’ispettore se avesse avuto meno autocontrollo sarebbe crollato in lacrime ad una storia del genere.
Ma era forte, non avrebbe ceduto.
Guardò l’uomo affianco e il suo viso era triste.
Il raccontare aveva risvegliato antichi dolori.
“Vi pregherei di sbarazzarvi di quella rosa e non raccontare nulla al Conte” sospirò la stanca voce
“Sì, certo” cercò di mascherare la terribile agitazione del suo animo.
L’anziano lo salutò con un cenno e rientrò.
E d’improvviso si ricordò del freddo e rabbrividì.
Il racconto lo aveva talmente rapito che si era dimenticato del gelo.
Riguardò la rosa e ripensò alla ragazza.
Aveva visto un fantasma?
La religione gli impediva di credere ad una cosa del genere.
Non possono esistere i fantasmi.
Ognuno ha un posto dove andare dopo la morte, o no?
Non ne era più sicuro.
Quel posto stava abbattendo una dopo l’altra tutte le sue sicurezze.
Non sarebbe mai dovuto venire fin lì.
Il mistero si infittisce…
capito niente?
mi fa piacere
^_______^ hihihihihi
ti prego continua a scriverlo!!!
pubblica l’ altro capitolo !!! sto morendo dalla voglia di leggerlo
Nooooo.volgio sapere cm continua.please!(se no t scateno il mio vecchio amico alfred!ske) cmq bella storia!
già te prego contenua!!!
e poi cm facciamo senza uno Yaoi cm questo!!!
(ciò sasuke difianco e vule k continui se no kisto se suicida! aiuto!!!) XD a parte gli skerzi… continua!!!
UAU!!!!!! Non trovo migliori parole per descrivere questa storia!!!! Continua così!!!
bello bello….ma non parla di naruto?!
cmq wow wow bellissssssimo
a dire la verità non ho capito la storia di sakura
Nyaaaaaaa!?
continua continua please…
continua così nonnetto siamo tutti con teeeeeeeeeeeeeee
YUHUUUUUUUUUUUUUU
Io non ho capito nulla.. -.-”