FIORE ROSSO
Il Conte rientrò in casa e si avviò verso le sue stanze.
Percorse i lunghi corridoi bui fino a raggiungere la massiccia porta di quercia dove vi erano intagliati simboli magici.
Spinse con forza il portone che si aprì senza emettere alcun rumore.
Prima che la chiudesse, alle sue spalle comparve il servo
“Perdonatemi, padrone, per aver osato interrompervi prima, quando stavate per…”
“Sono molto stanco, Al. Lasciami”
“Permettetemi di dire un ultima cosa” supplicò il servo.
Era terribilmente fastidioso e il Conte cominciò a prendere in esame la possibilità di licenziarlo.
“Ti ascolterò, ma solo il tempo di cambiarmi”
“Vi ringrazio”.
Fece cenno al servo di avvicinarsi
“Padrone, non trovo conveniente, se posso permettermi, che uccidiate l’ispettore, egli dovrà far rapporto a qualcuno di ciò che fa e sicuramente avrà preso alloggio in paese, quindi” continuò a spiegare mentre afferrava la fascia di velluto attorno alla vita del Conte e si adoperava per scioglierne il nodo “avrà detto a qualcuno dove era diretto. Signore, con tutto il rispetto, dovete essere più prudente” e sfilata la fascia la appoggiò ripiegandola sulla poltrona affianco al letto.
Il Conte pareva pensieroso e colpito dal discorso ragionevole del servo, che si era portato alle sue spalle e gli stava sfilando lentamente la giacca, ponendo anch’essa con cura sulla sedia
“Ora lasciami, Al. Devo riposare” e congedò il servo.
Si sdraiò fra le coperte e per distrarsi, aspettando il sonno, ripensò a cosa era accaduto il giorno prima.
FLASH BACK.
Si infilò il vestito riposto sulla sedia di fronte al letto e si sistemò una bassa coda con un nastro verde, stretto in un morbido fiocco. Il vecchio vestito, anch’esso verde, non le donava per niente, lei che aveva rossi capelli come il fuoco.
Lo aveva recuperato dalla sorella, che glielo aveva lasciato, quando era partita con il suo promesso sposo.
La sua famiglia non godeva di un buon reddito, anzi, facevano parte di quella fascia della popolazione che i nobili, o semplicemente i ricchi, chiamavano la plebe.
Erano rimasti in quella vecchia casa ai margini del paese lei e sua madre, una vecchia che per il semplice motivo che rientrava in quella categoria denominata veneranda età, credeva di essere una donna di mondo, e conoscere perfettamente come vanno le cose e avere sempre ragione.
“Maggy, esci a prendere il pane?” gracchiò la cornacchia
“Sì, madre” sospirò la ragazza mentre si infilava un pesante cappotto
“Ricordati di passare a prendere gli abiti di tuo padre”
“Sì, madre”.
La donna invecchiando aveva perso il senno. Il marito era morto quando Maggy, Margaret, aveva appena quattro anni.
Era convinta che il marito fosse ancora vivo e ogni tanto per la casa, Margaret poteva sentire la madre parlare da sola o meglio parlare con un uomo che ormai non c’era più. Altre volte poteva sentirla singhiozzare ai margini del camino spento e maledire il mondo per avergli tolto l’uomo che amava e mandava avanti la famiglia.
Con i pochi lavori a maglia che svolgeva riusciva a guadagnare quel poco per sopravvivere.
Potevano ogni tanto comprare del pane, e raramente della carne.
La cosa di cui più risentivano era la mancanza di un po’ di legna da bruciare nel piccolo camino.
Ogni tanto passava un buon falegname che avendo conosciuto il marito e sapendone la posizione le lasciava qualche pezzo di legno.
“Esci, Maggy?” ripeté la donna che soffriva pure di amnesie
“Sì, madre”
“Ricordati di passare in tintoria a prendere gli abiti di tuo padre”
“Come vuoi” e preso qualche scellino, uscì.
L’aria fredda le ferì il volto, facendolo arrossare, mentre si stringeva maggiormente il cappotto.
Gli stivali scricchiolavano mentre arrancava per i viottoli coperti di neve.
Raggiunse il fornaio, la cui insegna vecchia e ormai marcia minacciava di cadere.
Il negozio era piccolo, ma caldo, grazie al grande forno alle spalle del bancone da cui proveniva un profumo invitante di pane appena sfornato.
“Buongiorno, Margaret” disse cordialmente il robusto uomo con folti baffi
“Buongiorno” e piegò lievemente la testa
“il solito?”
“Sì, la ringrazio”.
E mentre l’uomo avvolgeva il pane ancora caldo in un involucro di carta, si incantò a guardare le alte braci che infondo al forno crepitavano, rassicuranti.
“Come sta tua madre?”
“Sta invecchiando” al che il fornaio si mise a ridere
“Eh, sì. Malattia terribile. Ecco tieni cara. Salutamela” e la salutò.
Sulla porta infilò il cartoccio sotto la giacca per tenerlo il più caldo possibile.
Prima di tornare a casa doveva andare a comprare un gomitolo di lana per la madre, così oltrepassò la piccola piazza che decretava il centro del paesino ed entrò in una bottega più grande e piacevolmente calda.
Il signor Wilson, il proprietario, vendeva tutti i tipi di stoffe, ma anche cappelli, cuciva abiti su misura e vendeva quelli già confezionati, per non parlare dei rinomati pizzi.
Vide un uomo e una donna, probabilmente marito e moglie, scegliere fra una vasta gamma di cappelli.
Non si sorprese di incontrare uomini dabbene, poiché forse quello era l’unico luogo dove, a parte la chiesa, si potevano incontrare ricchi e poveri.
I due clienti sembravano molto indecisi e così scelse di raggiungere la piccola ala d’aspetto.
Vi era un’altra figura.
Era di spalle, anch’egli molto elegante.
Prese la poltrona di fronte alla sua.
Era un ragazzo giovane intento a leggere il quotidiano, probabilmente per ammazzare la noia, in attesa di essere servito.
Aveva lunghi pantaloni neri e una giacca dello stesso colore allacciata che copriva una camicia bianca.
Al collo aveva un fazzoletto anch’esso bianco di seta.
Le lunghe dita affusolate erano fasciate da un paio di guanti dello stesso colore del fazzoletto.
Era sicura di averlo già visto quel uomo, o meglio era sicura di aver già visto quegli occhi.
Erano molto rari.
Arrossì, quando l’uomo alzò lo sguardo, forse incuriosito o scocciato dal suo fissare.
Abbassò gli occhi in un muto segno di scuse.
Si sorprese a veder l’uomo sorridere e a fissarla a sua volta.
“Avete dei bellissimi capelli” esordì
“Vi ringrazio”
“Un rosso così intenso non lo avevo mai visto”
completamente paonazza non riuscì che a sorridere.
“Conte è un vero onore rivedervi. Il vestito non andava bene?” chiese preoccupato il commerciante
“No, no. Andava benissimo. Ma prego, servi prima la signorina” e accennò con una mano alla ragazza che tornò color carminio
“Ma…” balbettò la giovane
“Insisto” tagliò schietto e riprese a sfogliare il quotidiano.
“Allora vieni, cara Margaret. Cosa posso fare per te?”
“Avrei bisogno di un gomitolo di lana ocra”
“Te lo vado a prendere, solo un minuto” e l’uomo sparì nel retro.
“Siete una sarta?” alla domanda sobbalzò, non appena vide la discreta distanza fra lei e il Conte
“No, Conte. Mia madre lo è, o meglio rammenda ciò che le viene chiesto, io sono solo una pittrice”.
Il signor Wilson riapparve e la ragazza notò che l’uomo si era allontanato senza che se ne accorgesse per dare un’occhiata a dei nastri colorati.
“Ecco qua, sono due scellini” prese dal portamonete la somma chiesta ma prima che potesse tirarla fuori, una mano si posò sulle proprie
“Offro io” propose il Conte
“Vi ringrazio, ma non posso accettare”
“Infatti non potete accettare, dovete” disse risoluto, mentre sia il commerciante che la ragazza lo guardavano stupito
“Dovete accettare, signorina Margaret, perchè mi avete promesso di farmi fare un giro nella vostra bottega a vedere le vostre opere, quindi in nome di questa gentilezza ho il dovere di ricambiare”.
Margaret, se possibile, guardò ancora più stupita l’uomo, ma accettò, contenta di poter risparmiare qualcosina e allo stesso tempo di avere un possibile cliente interessato alle sue opere.
Aspettò che facesse i suoi acquisti, che comprendevano una sciarpa rossa di seta e un abito da sera rosso scuro, da donna, e qualche nastro dello stesso colore e poi uscirono insieme.
L’uomo al suo fianco era silenzioso e si ritrovò a pensare chi fosse la fortunata a cui aveva preso un abito tanto elegante.
Non aveva sentito che il Conte Uchiha avesse preso moglie o fosse fidanzato, a dir la verità nessuno sapeva niente del nobiluomo.
“Ecco siamo arrivati” ed estrasse una chiave consunta che fece scorrere nella vecchia toppa.
La stanza era buia e terribilmente fredda.
Chiuse la porta dietro all’uomo e corse ad accendere una candela, sulla piccola scrivania all’angolo della stanza.
“Sono mortificata per la temperatura, ma non posso permettermi legna o un’illuminazione…”
“E’ perfetta”
“Prego?”
“Ho detto che è perfetta. Ho sempre creduto che una bottega di un artista dovesse essere pervasa da una qualche atmosfera particolare da stimolarlo nelle sue opere. E questa atmosfera è così carica di suspance, di mistero che la trovo assolutamente affascinante”.
Maggy fu entusiasta del discorso, anche se sinceramente non ci aveva mai pensato a dare un atmosfera, come affermava il Conte, al suo studio.
Ma l’idea le piacque, tantissimo.
Diede la candela, dalla fiamma tremolante, al suo ospite che lentamente studiò ogni quadro, in silenzio.
Gli rimase affianco studiando a sua volta il volto impassibile del Conte, cercando di scorgere qualche emozione o semplicemente qualche cosa, invano.
Il Conte esaminò l’ultimo quadro, su cui si fermò più a lungo.
Era più grande degli altri e rappresentava un notturno.
Una grossa e oscura villa troneggiava fra una pineta.
L’impostazione era di tipo classico: il castello era in alto a destra, mentre la pineta si estendeva al disotto fino all’estremità destra del quadro. Sul lato opposto della villa si potevano scorgere in lontananza delle montagne, innevate la cui luce lunare conferiva un tratto argenteo.
Lo stesso effetto veniva riprodotto sui contorni delle lisce mura della dimora.
Una luna, forse di dimensioni un po’ esagerate, conferiva all’opera un’aurea misteriosa e al contempo tetra.
La profondità era straordinariamente palpabile.
“Desidero comprarlo” sussurrò
“Vi piace? Rappresenta la vostra villa, Conte”
“Come posso non riconoscerla”.
Studiò attentamente il volto dell’uomo e notò che era completamente rapito da quel quadro
“Ve la vendo con molto piacere, se vi piace così tanto”
“Piacermi, non è la parola corretta. Si può dire mi piace: un cibo, un abito, un sidro, un gioco o passatempo. In questo caso è più corretto dire che me ne sono innamorato”
“Come volete” disse coprendosi la bocca per trattenersi dal ridere
“Ah, ridete, vedo! Non dovete. Si dice mi piace quando qualcosa provoca piacere a uno dei cinque sensi, ma non si può abbassare a una tale parola un tramonto o un’alba, un amore, un quadro, una qualsiasi cosa che ti fa vibrare il cuore o l’anima. Posso dirvi che gli altri quadri mi piacciono, ma questo è superbo e non posso paragonarlo agli altri” spiegò senza essersi offeso.
La ragazza rimase stregata da quelle parole.
L’uomo prese da una tasca tre ghinee e gliele porse.
“No, non posso accettare una simile somma. Non vale tanto il mio quadro”
“Ve le do con piacere” e afferrata una mano della ragazza pose con dolcezza le monete sul palmo e glielo richiuse
“Inoltre desidero che veniate a cena da me questa sera, signorina Margaret”
“Ma…”
“Così, mi consiglierete quale cornice si adatti meglio alla vostra opera e dove vada collocato”
“Accetterei con piacere…”
“Allora vi farò venire a prendere da una mia carrozza, non potete certo venire a piedi. Ditemi dove abitate” a Margaret sembrò che il Conte fosse stato colto da un improvvisa fretta, quando la parola casa la risvegliò.
Non poteva far vedere al Conte la sua vecchia casa, in un certo senso si vergognava.
“Preferirei che mi facciate venire a prendere ai margini del villaggio, se non vi è di disturbo”.
Il Conte non poteva sperare di meglio
“Allora a stasera alle otto” e fece un lieve inchino portando il dorso della mano della ragazza qualche millimetro dalle labbra
“Arrivederci, Conte”.
L’uomo si girò un’ultima volta e disse sorridendo
“Quelli considerateli un compenso per il vostro disturbo” ed uscì.
Maggy prese al volo i sacchetti, spense la candela ed uscì.
Quasi corse per l’emozione per i viottoli.
Raggiunta casa si chiuse in camera sua.
Estrasse con infinita calma l’abito di velluto rosso dal sacchetto, quasi fosse la cosa più fragile che potesse esistere.
Temeva che facendo cadere quel abito, il suo incontro potesse sgretolarsi e rivelare una crudele verità.
Aspettò con ansia l’ora pattuita.
Aveva avvertito la madre che sarebbe andata a letto presto perchè era molto stanca.
Lei non aveva obiettato, anche se nel profondo era rimasta un po’ ferita.
Ferita, poiché la figlia le dedicava sempre minor tempo presa com’era dalla sua pittura.
Quella creatura, che aveva cresciuto con tutto l’amore possibile e la saggezza di cui era capace, si stava pian piano allontanando da lei, proprio come la primogenita, oramai chi sa dove.
Lo sconforto prese il sopravvento.
Aspettò che Maggy chiudesse la porta e si sedette sulla sua vecchia poltrona vicino al camino.
Le venne in mente quante volte si erano riuniti, quando ancora vi era suo marito, attorno a quel focolare, che era sempre acceso.
Non aveva dimenticato che quel uomo era morto, ma rifugiarsi nel passato o in un mondo lontano da quella triste realtà la aiutava ad andare avanti, a darle un po’ di calore.
Il cuore le si riscaldò, ma l’idillio finì presto e cadde nella disperazione.
Le lacrime non tardarono a scorrere sulla sua pelle avvizzita.
Si impose di piangere in silenzio.
Si portò la mano rugosa alla bocca impedendo che da essa potesse uscire il suo sconforto.
Lentamente un sonno, privo di sogni, la rapì, concedendole un po’ di riposo e pace.
Nel frattempo Maggy si stava sistemando l’ultimo nastro colorato in una intrigata, ma ad effetto, capigliatura.
Era pronta.
Mancavano pochi minuti alle otto, doveva fare presto.
Aprì la finestra e saltò agilmente sulla stretta tettoia, e poi a terra.
Era stata furtiva, nessuno doveva essersi accorto del rumore.
Si affrettò a raggiungere il luogo d’incontro.
Non era ancora arrivata la carrozza.
Cominciava a fare freddo, quando un rumore di zoccoli la destò.
Due possenti cavalli neri correvano veloci nella sua direzione.
Le passarono accanto, quando un grido seguito da un nitrire di cavalli allo spasmo imposero alla carrozza di fermarsi.
Un uomo le si fece accanto e fatto un lieve inchino la aiutò a salire e a sistemarsi sul lussuoso divanetto.
Tirò le tende in modo che il freddo non entrasse e che l’ospite non fosse visibile ad eventuali occhi curiosi.
Una frustata e la carrozza ripartì, veloce, diretta a villa Uchiha.
***
La villa le si apriva maestosa.
La carrozza si fermò davanti al portone principale.
La dimora era in stile gotico e draghi scendevano giù per le pareti o riposavano sui parapetti.
Il cocchiere la aiutò a scendere e la accompagnò su per i gradini fin sotto il portone, che non appena si avvicinò, si aprì.
Venne scortata in una sala da pranzo da un maggiordomo anziano con due pittoreschi baffi bianchi.
La fece accomodare ad un estremo del lungo tavolo apparecchiato
“Vado ad avvertire il padrone che siete arrivata” e facendo un inchino se ne andò.
Sul tavolo vi era della preziosa argenteria scintillante, caraffe di raffinato vetro, e un vaso con scarlatte rose ai cui lati in direzione dei due commensali vi erano elaborati candelabri.
Il fuoco nel grosso camino scoppiettava allegramente, mentre in un angolo della sala una piccola orchestra cominciò a far vibrare i propri strumenti.
Il Conte fece la sua apparizione e si portò affianco alla ragazza che era concentrata sui musicisti
“Sono contento che il vestito vi doni” l’ospite sussultò e ripresa la calma si alzò e fece un gentile inchino
“Avete una bellissima casa, Conte”
“Vi piace? Bene. Sedete, prego. Ora verranno servite le portate” e pure l’uomo si andò a posizionare a tavola.
“Sono sorpresa che abbiate trovato un orchestra con così poco preavviso”
“Oh, costoro si può dire che facciano parte del corredo della sala, sono miei” il modo con cui ne indicò il possesso la fece rabbrividire.
Una dopo l’altra vennero servite tutte le portate in relativo silenzio, a parte qualche commento sul cibo o sulla casa.
Si pulì la bocca con il tovagliolo, attenta a non togliere il rossetto, e lo appoggiò a lato del piatto, imitata dal padrone di casa, decretando in questo modo la fine della cena.
“Se volete accomodarvi sul divano” mentre con un gesto licenziò l’orchestra.
Si accomodò sul divano affianco a lei, che per la vicinanza non riuscì a trattenere un certo rossore.
“E’ stata di vostro gradimento la cena?”
“Oh, sì, buonissima” rispose in fretta
“Non siate così agitata, non mordo” e il Conte sorrise
“Dunque in realtà non vi ho fatto fare tanta strada per aiutarmi a scegliere dove porre la vostra opera; vi ho invitato perchè sono rimasto folgorato da voi”, se possibile, la ragazza divenne più rossa del proprio abito.
Passò qualche minuto nel più completo silenzio
“Ebbene, non dite niente? Sono a tal punto ripugnante?” chiese l’uomo fingendosi offeso
“No, no, affatto” sussurrò.
Ecco.
Il cacciatore aveva lanciato la sua ragnatela e la preda vi era caduta senza opporre alcuna resistenza.
Una mano terribilmente fredda le accarezzò la guancia paonazza, spostandosi con dolcezza sotto il mento, alzandolo quel tanto perchè fosse obbligata a incontrare i suoi occhi.
Il volto di lui si fece più vicino al suo, solleticandole le labbra con il respiro.
Il contatto fu veloce, ma piacevole.
La seconda volta si lasciò andare e permise un contatto più lungo.
“E’ meglio andare altrove, i domestici sono creature troppo curiose e chiacchierine” le sussurrò sensualmente.
La ragazza ormai ubriaca del Conte non oppose alcuna obiezione a seguirlo, non più in grado di ragionare o capire cosa stava succedendo, e cosa stava per succedere.
Raggiunsero la camera da letto del Conte, oscura e tetra come si aspettava.
La spinse con dolcezza, ma allo stesso tempo con fermezza, sul letto con il proprio corpo premuto contro il suo.
Fra quei baci devastanti e stordenti, riuscì a mala pena avvertire che l’uomo le aveva sciolto i capelli dai nastri e si stava adoperando sui lacci del vestito.
Si sentiva paralizzata, e forse per un barlume di razionalità, cominciò a tremare.
“Non avere paura, sarò dolcissimo” le soffiò nell’orecchio.
Si ritrovò nuda sotto il corpo ancora fasciato del Conte.
Non che la cosa le dispiacesse, ma aveva un po’ d’ansia, forse perchè era la prima volta, forse perchè percepiva pericolo.
Prese un po’ di coraggio e staccò l’uomo intento a lasciare baci sul proprio collo.
Rimase un po’ deluso dal rifiuto della donna, e questa, accorgendosene, cominciò con lo slacciare i bottoni della camicia e a sfilargliela lentamente giù per le pallide braccia, scoprendo il fisico tonico e leggermente scolpito del suo amante ( leggermente scolpito, ciò vuol dire muscoloso sì, ma non a mo’ di wrestling!!! Che senza offesa per gli appassionati, fanno schifo!! ndA).
Il Conte pareva rinfrancato dal gesto e riprese a lasciare baci umidi sul piccolo torace, stuzzicando con la lingua le parti più sensibili, mentre la ragazza gli sfilava ciò che rimaneva.
Allacciò le gambe attorno alla vita del moro,mentre cominciava ad assestare le prime spinte, obbligandola a stringere in pugni le lenzuola sottostanti.
Esausti e sudati ribaltarono le posizioni, in modo che la ragazza fosse costretta a stendersi sopra di lui, che era seduto.
“Vedi, in realtà non ti ho chiamata né per il quadro né perchè mi piaci, ci saranno centinaia di ragazze più belle di te” disse freddo, mentre la ragazza tentava di far riavviare il cervello
“Ti ho chiesto di venire, mettendo in scena tutta questa commedia: vestito, quadro, cena, perchè mi sembravi al momento la preda più interessante”, la ragazza cominciò a guardarlo spaventata
“C…cosa vuol dire?” cercando di liberarsi dalla stretta dell’uomo che si era fatta più forte
“Vuol dire stupida ragazzina che… sai quando ti ho detto ‘ non avere paura, non mordo’? bhè, ho mentito” e scoppiò in una risata sadica.
Fu veloce la metamorfosi: dalla lattea schiena comparvero grosse ali nere e gli occhi argentei divennero scarlatti, canini bianchi e affilatissimi comparvero dalle rosee labbra.
Cominciò a strillare, sperando che qualcuno accorresse ad aiutarla.
Ma, in cuor suo sapeva che tutti coloro, che avrebbero potuto sentire, erano al servizio di quel demone, e non l’avrebbero aiutata, complici e soggetti al volere del loro padrone.
Quel angelo oscuro le piegò la testa di lato scoprendo la pulsante giugulare, che cominciò a leccare lascivamente.
Le lacrime le oscuravano la visuale e dalla gola non riusciva che a far uscire suoni gutturali senza significato.
Due denti le lacerarono la pelle e penetrarono la grossa vena.
Strillò così forte che fu certa di aver strappato le corde vocali.
Il dolore era insopportabile e un senso di nausea e vertigini le annebbiò il cervello.
Con la poca forza di cui era ancora capace lacerò con le unghie, in un disperato tentativo di sopravvivere, la carne del petto del Conte, che con sua estrema disperazione si rigenerò.
Le forze le scemavano lentamente, finché la vista le si annebbiò completamente e il dolore divenne un sordo pulsare.
Tirò il suo ultimo respiro e si abbandonò priva di vita fra le braccia del demone.
FINE FLASH BACK
ti prego continua a scriverlo!!!
pubblica l’ altro capitolo !!! sto morendo dalla voglia di leggerlo
Nooooo.volgio sapere cm continua.please!(se no t scateno il mio vecchio amico alfred!ske) cmq bella storia!
già te prego contenua!!!
e poi cm facciamo senza uno Yaoi cm questo!!!
(ciò sasuke difianco e vule k continui se no kisto se suicida! aiuto!!!) XD a parte gli skerzi… continua!!!
UAU!!!!!! Non trovo migliori parole per descrivere questa storia!!!! Continua così!!!
bello bello….ma non parla di naruto?!
cmq wow wow bellissssssimo
a dire la verità non ho capito la storia di sakura
Nyaaaaaaa!?
continua continua please…
continua così nonnetto siamo tutti con teeeeeeeeeeeeeee
YUHUUUUUUUUUUUUUU
Io non ho capito nulla.. -.-”