Capitolo 3
Una figura esile, illuminata fiocamente dalla luce pallida della luna, avanzava per la stanza umida e oscura che gli era stata assegnata.
E camminava.
Avanti, e indietro.
Avanti, e indietro.
Senza pausa. Senza interrompersi neppure per un attimo.
Lo sguardo era privo di emozione, perso nel vuoto, vacuo.
Le gambe e i movimenti erano tranquilli, eleganti, a differenza dei pensieri che scorrevano nella sua mente, come ombre, come uragani.
E così tutto il giorno, tutta la sera. Spesso anche la notte.
In quel carcere, in quella stanza isolata, i giorni e le notti passavano tutte uguali, se non per una piccola differenza.
Il fatto che il giorno sembrava non finire mai, perchè di notte lo continuava a sognare.
Il liquido rosso scivolava lungo le sue mani… fino a bagnare la moquette sul pavimento
Yuki odiava vedere il pavimento sporco
Lo sguardo atterrito di Yuki… Quello vacuo e soddisfatto di Yoshizawa…
Yuki non piangeva. Non l’avrebbe mai fatto per lui
Gli ordini impartiti da Yuki, di andare via, fuggire, mentre lui si prendeva ogni colpa…
Le gambe pietrificate, le mani tremanti, gli occhi brucianti, il cuore trafitto dai mille aghi della consapevolezza, il freddo che blocca ogni pensiero positivo
L’entrata della polizia, le manette fredde attorno ai polsi… Il rumore assordante dell’ambulanza, Yuichi caricato su un lettino candido, subito macchiato dal liquido color rubino…
Sangue…
Sospirò rumorosamente, continuando la sua camminata per la piccola stanza, irrefrenabile, mentre fuori si intravedeva la neve che lentamente scendeva, ricoprendo ogni cosa col suo innocente candore.
Bianca, come l’innocenza, la purezza.
Quella che ormai aveva perduto.
Il tempo passava e passava e passava…
E ancora lui non era venuto.
“Ima mo todokanu hikari no yukue, Yukiiii”
Adesso dimmi dove sta la luce.
Canticchiò con voce beffarda, spezzata. Dura.
Una voce che non era da lui. Non gli apparteneva… Come non gli apparteneva quella luce folle negli occhi.
* * *
Yuki Eiri stava immobile davanti alla semplice finestra dell’ospedale, le mani intrecciate dietro la schiena.
Dava le spalle a un corpo fermo e immobile steso su un letto, quasi irriconoscibile per via delle flebo e della maschera d’ossigeno che gli ricoprivano il volto.
Quel volto.
Così simile al suo.
Yuki si voltò, fissando in silenzio colui che, per vendicarsi di lui, aveva distrutto i sogni del suo amante, infranto ogni speranza, gettata all’aria la carriera.
Gli occhi dorati scintillarono d’odio puro, mentre il fastidioso suono del battito del cuore di Yuichi rimbombava regolare e lento grazie al macchinario che lo teneva in vita.
Sarebbe stato così facile, staccare quella dannata macchina, farlo uscire dal coma grazie a una repentina morte.
Che meritava.
Che meritava per quel che aveva fatto a Shuichi.
Che meritava per la sua follia.
Che meritava… perché assomigliava troppo a lui.
Una lama argentata scintillò, mentre una mano pallida di Eiri scivolava in tasca con un gesto elegante.
Si avvicinò ancora di più, silenzioso.
E sussurrò con crudeltà e una nota di pazzia
“Me la pagherai, bastardo”
* * *
Galleggiava in un buio ovattato cercando di emergere dalle tenebre che lo avvolgevano stretto.
Volti, voci e rumori vorticavano attorno a lui…
Dov’era?
Aveva freddo, era come se una morsa di ghiaccio lo imprigionasse
Non capiva dove fosse…Sembrava tutto così vuoto, così buio.
Forse era morto.
Il pensiero lo rese quasi felice.
Era libero! Avrebbe rivisto Yuki… Il suo amato fratello.
Pensieri e ricordi attraversarono l’oscurità, colorandola di rosso rubino.
Di rosso sangue.
Poi, due occhi.
Vide due occhi verdi che lo fissavano da un punto lontano…
Sapeva che doveva aggrapparsi ad essi
doveva farlo a tutti i costi ma si sentiva trascinato via dal suo stesso sangue, fino alla vita…
Gli occhi piano si affievolirono andando via, nonostante lui desiderasse solo avvicinarvisi di nuovo…
“Me la pagherai, bastardo”
Gli occhi verdi erano ormai un ricordo lontano: ora davanti a lui c’era un angelo.
Un angelo con gli occhi di un demonio.
Dorati e circondati di rosso
* * *
Tohma osservava in silenzio la massa di gente che si accalcava nei pressi del carcere, furiosi.
Urla, cartelli e slogan, canzoni… Qualsiasi cosa sembrava utile per raggiungere un qualche scopo finale, forse inesistente… Poiché l’aria che si respirava era carica di tensione, dolore e protesta.
La folla intestardita gridava e urlava furiosa, proclamando l’innocenza di Shuichi.
Davanti a tutti c’erano K e i bad Luck, persino gli ASK, che cercavano di tranquillizzare la folla partecipando allo stesso tempo per primi a quella protesta.
E le urla non cessarono, aumentando convinte.
“Shindou-kun è innocente!Liberatelo! E’ un malinteso!”
Ragazzine piangevano, invocando il nome del loro idolo, strillando che non poteva essere vero.
Non poteva essere stato lui.
Il brillante e solare cantante dei Bad Luck non avrebbe mai agito così, soprattutto se senza motivo.
Non meritava reclusione e carcere per essersi difeso e aver protetto Yuki Eiri!
Seguchi ripensò cupo allo sviluppo della vicenda, un susseguirsi di eventi imprevedibili e devastanti, sia per Eiri che per Shindou-kun.
Sospirò, osservando ancora una volta la folla, leggermente in disparte.
Lo sguardo limpido si posò sui giornalisti che lo circondavano, facendogli domande inutili, futili, stupide. Li interruppe con un gesto della mano, e con parole gelide
“In seguito a questa tragedia… Shindou Shuichi non farà più parte dei Bad Luck”
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