Capitolo 1

Capitolo 2

“Che c’è, non mi chiedi di entrare?”

Kitazawa, appoggiato allo stipite della porta, lo scrutava con il sorriso sulle labbra.

Yuki rimase interdetto, il suo incubo ricorrente aveva preso forma davanti a lui e sembrava uscito dai suoi ricordi. Infatti, il suo sensei non era cambiato affatto.

Era come se fosse tornato indietro nel tempo, ma nulla era come allora: lui non era più il ragazzino che lo adorava e lo venerava, non era più la sua vittima.

“Che ci fai qui?”, cercò di mantenere un tono di voce freddo e distaccato.

“Come sei sgarbato, Uesugi. Non ci vediamo da tanto tempo e mi tratti così?”, disse con tono sarcastico l’altro, mentre dalla giacca estraeva una pistola e gliela puntava in fronte.

“Allora, mi fai entrare o no?”

Con l’arma puntata contro, lo scrittore non poté far altro che concedergli il passo.

“Che bell’appartamento! Proprio niente male”, commentò soddisfatto l’uomo, mentre contemporanea­mente teneva sotto tiro il ragazzo e spingeva dietro si sé la porta per chiuderla.

“Che cosa vuoi da me?”, sbottò Yuki.

Kitazawa lo guardò, poi lentamente si avvicinò a lui e gli prese il mento con due dita.

“Voglio la mia vendetta.”

Scandì bene quelle parole, come per assaporarne meglio il significato. Yuki rabbrividì sentendo il suo respiro così vicino al suo volto e si scostò rapidamente.

“La tua vendetta? Quello che avrebbe diritto ad una “vendetta” sarei io, non il contrario! Tu… tu mi hai venduto”, i ricordi facevano ancora male, troppo male per poter sostenere lo sguardo dell’uomo che stava di fronte a lui. “Io mi fidavo di te. Io ti… amavo”, pronunciò quelle parole a bassa voce, senza guardarlo.

Kitazawa esplose in una fragorosa risata.

“Tu mi amavi? Questo si che è divertente. Peccato che per me tu sia stato solo un giocattolo con cui di­vertirmi, niente di più”, disse sogghignando.

Yuki a quelle parole ebbe uno scatto di rabbia e, incurante che l’altro fosse armato, si gettò verso di lui per colpirlo.

“Io non sono il giocattolo di nessuno”, urlò, mentre lo colpì in pieno volto. L’altro barcollò un poco e prontamente Yuki lo afferrò per la camicia.

“Non sono un giocattolo. Hai capito?”, disse scuotendolo.

L’uomo lo guardò con occhi furiosi, lo colpì al viso con il calcio della pistola e poi gli assestò un pugno nello stomaco. Yuki cadde a terra, ma avendo la presa salda sulla camicia di Kitazawa la strappò, rive­lando un particolare curioso.

Il ragazzo lo osservò mentre si teneva premuta la mano sul naso sanguinante, probabilmente rotto.

“Come hai osato, ragazzino…”

Kitazawa di avvicinò minaccioso con l’arma puntata, ma si limitò a dargli un violento calcio su un fianco. Non lo voleva ancora uccidere, prima si voleva divertire un po’ con lui. Yuki si ritrovò sdraiato a terra e fortunatamente notò che il cellulare era caduto. Allungò una mano senza farsi notare e premette il tasto di richiamata.

Forse tutto non era perduto, qualcuno avrebbe saputo che Kitazawa era a casa sua.

Sentendo Yuki fortemente scosso, Tohma si liberò degli impegni lavorativi della giornata e fatta chiamare una limousine, si diresse di fretta verso la casa dell’amico.

“Portami velocemente a casa di Yuki Eiri”, ordinò al suo autista.

“Subito signore.”

La macchina scura imboccò lentamente il cancello degli studi e si diresse verso la sua destinazione. Ma dopo poco, il giovane autista fu costretto a frenare pesantemente.

“Dannazione”, sbattè la mano sopra il volante.

“Che c’è?”, domandò Tohma.

“Signore, sono spiacente, ma credo che ci sia appena stato un incidente.”

L’autista uscì dall’abitacolo per accertarsi della situazione. In quel momento, il telefono di Tohma squillò e quello, vedendo il numero di Yuki sul display, si affrettò a ri­spondere.

“Yuki, scusa ma ci metterò un po’ di tempo ad arrivare!”

Dall’altra parte nessuna risposta.

“Tu non sei Kitazawa! Dimmi chi sei…”, la voce di Yuki, dall’altro capo del telefono, era distorta e lon­tana.

“Come fai a dire che non sono io, eh?!”, una voce stranamente familiare riportò alla mente di Tohma al­cuni ricordi. Quella voce era per forza di Kitazawa.

“Perché… quella voglia che hai sul petto… Yuki non l’aveva. Tu non sei lui…”, sentenziò Yuki. Silenzio.

Tohma si preoccupò che la linea non fosse caduta, guardò il display, ma la chiamata era ancora in corso.

Il presunto Kitazawa finalmente parlò, così Seguchi si riportò all’orecchio il telefono.

“E bravo Uesugi. Allora lo conoscevi proprio bene, il mio caro fratellino”, disse ridendo sguaiatamente.

‘Il suo caro fratellino…’ Yuichi Kitazawa, il fratello minore di Yuki Kitazawa. Tohma si morse un labbro, come aveva fatto a scordarselo…

Il biondo dirigente si ricordava di lui, sin da bambino aveva riscontrato gravi problemi psichici e soprat­tutto aveva sempre mostrato un affetto morboso verso il fratello più grande.

Come aveva fatto ad allontanarsi dalla clinica americana in cui suo padre lo aveva spedito da bambino?

“Se tu non sei lui… dimmi chi sei, cosa vuoi e perché sei a casa mia?”

La voce di Yuki riportò Tohma a concentrarsi sulla telefonata.

“Fai troppe domande per i miei gusti.”

In seguito si udì solo un colpo di pistola e poi il silenzio. L’autista tornò al suo posto di guida e si voltò verso un pallidissimo Tohma.

“Signor Seguchi, un camion si è ribaltato poco lontano da qui e per il momento è impossibile proseguire”, spiegò il ragazzo.

Dopo aver sentito la spiegazione del suo autista, Tohma scese dalla macchina con il telefono in mano, e si mise a correre in direzione della casa di Yuki. Fece velocemente il numero della polizia aspettando che qualcuno rispondesse.

“E come al solito mi sono dimenticato qualcosa…”

Dicendo quelle parole Shuichi si voltò, mettendosi a correre verso l’appartamento suo e di Yuki.

“Chi lo sente Hiro se mi presento agli studi senza il cd che mi ha prestato?! E’ da una settimana che glielo devo rendere”, si lamentò con se stesso il ragazzo.

Dopo pochi attimi si ritrovò di fronte all’appartamento, prese l’ascensore e si fermò di fronte alla porta.

Stava per prendere le chiavi, ma si accorse che la porta non era chiusa e alcuni rumori al suo in­terno. Allarmato, Shuichi pensò a dei ladri e cautamente entrò, rimanendo nel corridoio.

Alcune urla risuonarono dal soggiorno, il piccolo ragazzo dai capelli fucsia, anche se molto impaurito, si affacciò lentamente nel soggiorno.

“Yuki”, mormorò.

Il famoso scrittore era terra, con le braccia sul viso per ripararsi, in parte, dai calci che l’assalitore gli sfer­rava. L’uomo che stava in piedi si fermò, dando un attimo di respiro alla sua vittima.

“Tu… non… Kitazawa”, un debole lamento si levò nella stanza.

Shuichi aveva sentito già quel nome. Ma quando precisamente, non ricordava.

“Sta zitto!”, l’uomo con la pistola in mano gli premette un piede sul petto.

“Yukiii…”, dagli occhi del biondo scesero alcune lacrime.

Kitazawa Yuki.

Nella mente di Shuichi quel nome rimbombò molte volte. Ora ricordava chi era, il suo Yuki gliene aveva parlato tempo prima…

Ma non doveva essere morto proprio per mano di Yuki stesso? E cosa ci faceva lì a casa loro? Shuichi era tormentato da queste domande e attanagliato dalla paura non riusciva a muoversi.

“Ti ho detto di non fare quel nome”, l’uomo armato si era inginocchiato verso il corpo della sua vittima e mente con una mano gli premeva la gola, con l’altra teneva la pistola.

Fu un urlo di dolore del suo ragazzo a scuotere il giovane cantante.

La rabbia verso quell’uomo che aveva fatto del male a Yuki e che ancora gli stava facendo del male, crebbe dentro di lui. Prese uno dei soprammobili di marmo che c’erano all’ingresso e con furia cieca colpì l’aggressore sulla testa, con tutte le sue forze.

L’uomo cadde a terra senza aver il tempo di rendersi conto di chi l’avesse colpito, ma dalla pistola esplose un colpo che fortunatamente non colpì nessuno.

‘E il carnefice diventa vittima. Le mani candide si sono tinte di rosso…’

Shuichi era in piedi, teneva tra le mani il soprammobile bianco che si era sporcato di sangue.

Quel sangue che gli aveva bagnato le mani.

Sconvolto, fece cadere pesantemente l’oggetto e spostò lo sguardo parecchie volte dalle sue mani, a Yuki all’uomo che ora riversava in un lago di sangue.

In lontananza si sentirono le sirene della polizia avvicinarsi.

“Shuichi…”, Yuki cercò di chiamare il suo ragazzo.

Il cantante fissò gli occhi nei suoi, per poi guardarsi le mani.

“Yuki… Che cosa ho fatto?!”

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