Intervista: Yoshitoki Oima di A Silent Voice

Vi proponiamo un’intervista pubblicata qualche giorno fa sul sito della Star Comics, a Yoshitoki Oima, autrice di A Silent Voice.


“Se questo manga ti suscita qualcosa, o ci trovi qualcosa che ti emoziona, ne sarei davvero felice”: intervista a Yoshitoki Oima, autrice di A SILENT VOICE

Yoshitoki Oima aveva solo diciotto anni quando iniziò a lavorare al manga A SILENT VOICE¸ edito in Giappone da Kodansha e pubblicato in Italia da Edizioni Star Comics. Molti aspirano a diventare mangaka professionisti a questa età, ma quello che ha fatto la differenza per Oima sensei, è stato l’avere nella mente una storia già perfettamente chiara e conclusa, e la determinazione di dichiararlo a tutto il mondo.
Cosa l’ha portata a realizzare questo manga? Qui, l’autrice del manga, nominata agli Eisner Awards, rivela per la prima volta i propri pensieri più intimi.

In quest’articolo riportiamo, in traduzione, la versione integrale dell’intervista di Misaki C. Kido (Twitter:@_mckido) a Yoshitoki Oima, pubblicata il 7 Giugno 2016 sul sito ufficiale della casa editrice Kodansha (qui il link all’originale).

Com’eri da bambina?
Ero la più giovane nella mia famiglia. Così, anche se non ne ero cosciente, penso che fossi abbastanza egoista (ride). Ero un maschiaccio che amava giocare alle finte sparatorie. Ero decisamente vivace a quell’epoca, sebbene in seguito sia diventata una persona malinconica.

Come mai?
Sono successe moltissime cose negli anni di scuola, che mi hanno resa così. Ma quando giocavo con i miei amichetti, ero molto felice.

A SILENT VOICE

Leggevi i manga durante gli anni della tua crescita?
Si. Ho un fratello che è più grande di me di sei anni, che amava leggere e comprare manga. C’erano pile di manga dappertutto a casa nostra, così io ne prendevo qualcuno e iniziavo a leggerelo. Ma non ne ero ancora profondamente appassionata. Adesso leggo solo una serie particolare da un determinata rivista di manga.

Qual è il manga che ti ha influenzato di più?
Sono stata per lo più influenzata da un manga chiamato 3×3 Eyes [di Yuzo Takada – Ndr pubblicato in Italia da Star Comics]. È stata la prima serie che ho deciso autonomamente di collezionare.

Come e perché sei diventata una mangaka?
Quando trascorrevo molto tempo a leggere e disegnare manga, il pensiero di diventare una professionista era costante nella mia mente. In realtà ho cominciato a disegnare prima di iniziare a leggere, ma mi vergognavo un po’ di parlare del mio sogno.

Preferisci scrivere le sceneggiature o disegnare?
Quando ero più giovane mi piaceva di più disegnare, ma adesso mi piace molto scrivere storie, o meglio, è qualcosa sul quale mi sto concentrando particolarmente. È difficile da spiegare: disegnare e scrivere sono entrambi divertenti e difficili.

Hai realizzato A SILENT VOICE con il supporto della tua famiglia?
Sì, certo. Ho dovuto per forza lavorare in questo modo, altrimenti non sarei stata in grado di resistere.

Come mai hai deciso di scrivere questa storia dalla prospettiva di una persona che una volta si comportava da bullo?
Prima di tutto, non volevo scrivere questa storia dalla prospettiva di qualcuno che aveva subito atti di bullismo, perché non pensavo che fosse interessante per me o altri. Credo che sia più facile entrare nella storia dalla prospettiva di un bullo, ovvero di Shota. Sono sicura che molti lettori possono immedesimarsi maggiormente in Shota rispetto a Shoko. Molte persone possono solo immaginare cosa significhi essere una ragazza con disabilità che subisce atti di bullismo. La verità è che nessuno potrà mai sapere veramente come si sente: credevo che fosse la cosa più importante su cui convergere. Per questo, non volevo rivelare i pensieri profondi di Shoko, o le sue vere sensazioni.

Hai esperienze personali riguardanti il bullismo?
Il bullismo, nella vita quotidiana, non è facilmente visibile. Qualche volta puoi affermare che qualcuno ti sta parlando alle spalle, ma è difficile arrivare a confermarlo, quindi non saprei. Non credo che questo sia classificabile come bullismo, ma io ne ricevo ancora sensazioni negative. Preferisco fermarmi qui.

Shoya e Shoko: come li descriveresti?
Shoya è una persona semplice, che pensa alle cose esclusivamente in base alle sensazioni positive o negative che riceve. Shoko vorrebbe agire anche lei in questo modo, ma nella realtà nulla va secondo quanto lei desidera. Lei pensa che molte persone non la capiscano.

Hai scelto dei modelli per i personaggi di A SILENT VOICE?
Ho pensato a delle persone che hanno delle somiglianze con i personaggi. Per esempio, Naoka mi ricorda una ragazza che voleva diventare popolare nella mia classe, Myoko mi fa venire in mente una ragazza delle scuole superiori che pensavo fosse davvero “cool”. Se Tomohiro fosse reale, vorrei stargli lontana, ma la sua indole è davvero simile alla mia, nel senso che lui si aggrappa agli amici. Tuttavia, per la maggior parte, questi personaggi rappresentano determinati aspetti di me stessa, ma in maniera caricata.

Hai un personaggio preferito oltre i protagonisti?
Vorrei rispondere “Myoko”. Forse non è il mio personaggio preferito in assoluto, ma sento di essere benevola nei suoi confronti… come se non volessi renderle la vita troppo difficile.

Come hai lavorato alle interazioni tra i personaggi?
Li ho messi l’uno contro l’altro nella mia testa [ride]. Quando stavo disegnando un personaggio, mi ci immedesimavo, così da conoscere esattamente come si sentiva ognuno di loro. Anche persone come Miki, Naoka e i professori come Mr. Takeuchi e Ms. Kita: molti lettori ritengono che io li abbia ritratti come “cattive persone”, ma non è così.

È difficile dire se effettivamente in Silent Voice qualcuno è “cattivo” o “malvagio”.
Non ho ben capito perché la gente pensa questo. Quando leggo online le reazioni della gente a questo manga, mi chiedo perché alcune persone si sentano in un certo modo riguardo a un certo personaggio

Forse è perché ci si può riconoscere in loro con troppa facilità?
Si, forse [ride].

A SILENT VOICE

Ci sono espressioni uniche in questo manga, come la “X” sui visi delle persone quando si è dal punto di vista di Shoya, e parole tagliate a metà quando a parlare è Shoko.
Quelle erano semplici idee che ho avuto. All’inizio ho avuto la visione di una scena in un’aula, con tutte le facce degli alunni contrassegnate da una “X”. Poiché avevo in testa questa scena, sono andata in profondità nello sviluppare la personalità di Shota e di altri personaggi. La scena dal punto di vista di Shoko, quando le parole nel balloon sono tagliate a metà, ha la sua ragione nel mostrare il mondo cui lei vive. Non so se questo sia il giusto modo di esprimerlo, visto che alla fine non so veramente come debba essere il mondo di Shoko, o come lei ci si senta a viverci. Ma io voglio saperlo: questo ha rappresentato il mio sforzo maggiore.

Cosa sta a significare il fatto che Shota veda le “X” sui volti delle persone?
Significa che lui non vuole vedere, o non può, i volti delle persone. È una rappresentazione simbolica dell’indifferenza. Oppure, qualche volta sei davvero interessato a una persona, anche se provi a non esserlo.

Ci sono molte verità nascoste e pensieri intimi di ciascun personaggio che non saranno svelati fino alla fine di questo manga. Hai stabilito che la serie vada proprio in questo modo?
Quando ho cominciato a lavorare a questo manga, avevo già un’idea grezza dell’intera storia, fino alla conclusione. Nel mio pensiero originale, Shoko doveva essere l’unica a passare attraverso ciò che Shoya avrebbe passato alla fine, ma il mio editor era contrario. Voglio dire, ho provato a farlo lo stesso. Ma poi? Ho dovuto pensare a cosa fare con la storia quando uno dei personaggi principali è improvvisamente scomparso dalla scena: questo è successo quando sono passata dallo scrivere la storia dalla prospettiva di Shoya a quella di qualsiasi altro. Anche nel mio videogioco preferito, Chrono Trigger, il personaggio principale scompare dalla scena principale e, nel frattempo, gli alleati del protagonista fanno del loro meglio per tenere a freno la situazione. Credo di essere stata influenzata da tutto questo.

MARDOCK SCRAMBLE

Il tuo precedente lavoro, MARDOCK SCRAMBLE, è molto differente da A SILENT VOICE. Hai percepito qualche differenza nella realizzazione di questi due manga?
MARDOCK SCRAMBLE era basato su un racconto preesistente. Così l’ho letto ancora e ancora, e ogni volta che lo leggevo vi trovavo qualcosa di nuovo… è stato molto difficile. In un certo senso, in quel caso ho completamente perso la mia fantasia e la capacità di scrivere la storia in maniera autonoma. D’altronde, ho imparato quanta percentuale di storia posso incorporare in un capitolo di 45 pagine ogni mese, in modo da soddisfare un lettore. Ero molto concentrata su MARDOCK SCRABLE. È stato un ottimo allenamento.

Questo è il motivo del tuo totale coinvolgimento nella storia di A SILENT VOICE?
Non potevo sopportare di non aver realizzato un manga tutto mio per più di tre anni. A quel punto, non mi interessava quello che qualcuno avesse potuto pensare del mio manga.

Sembra come se il tempo e la fatica che hai speso su MARDOCK SCRAMBLE ti abbia in qualche modo condotto alla realizzazione di A SILENT VOICE.
È così. Mentre lavoravo a MARDOCK SCRAMBLE, sembrava come non stessi creando un “mio” manga. Eppure avevo qualcosa da disegnare di fronte a me. Era quello il compito che mi era stato dato. Ero costantemente alla ricerca del motivo per cui MARDOCK SCRAMBLE mi era stato affidato. E sentivo di aver trovato qualche risposta. In MARDOCK SCRAMBLE, la protagonista Balot afferma di voler morire. Come lettrice, non ne vedevo il motivo… e volevo saperlo. Volevo andare in profondità. Cosa porta una persona a pensare in questo modo? Sentivo come se capire profondamente tale questione fosse il mio dovere. Le risposte che ho avuto dal lavoro su MARDOCK SCRAMBLE le ho trasposte in A SILENT VOICE.

Come ti sei sentita quando hai completato la storia di A SILENT VOICE?
Per me, era una cosa straordinaria il dover lavorare a un manga basato sulla comunicazione. Moltissime cose mi hanno condotto a realizzare un manga incentrato sulle difficoltà di comunicazione. Sono davvero affascinata dai feedback che ho ricevuto da tutti, riguardo questo lavoro. Mi sento davvero fortunata ad avere l’opportunità, come è capitato in questa intervista, di poter parlare dei motivi per cui ho lavorato a questo manga. E il fatto che così tante persone consiglino questo manga ad altrettanti amici mi fa sentire davvero fortunata.

Che tipo di pubblico vorresti che leggesse A SILENT VOICE?
Vorrei che qualcuno come Shoko, che si sente solo, leggesse questo manga.

Hai qualcosa da dire ai lettori di A SILENT VOICE?
Se questo manga ti suscita qualcosa, o ci trovi qualcosa che ti emoziona, ne sarei davvero felice. Anche se questo non succede, il fatto che tu prosegua nella lettura mi farebbe davvero felice.

Grazie!