Una nuova missione

Togliti la maschera

Lo osservai qualche secondo, cercando di calibrare la sua prossima mossa. Niente. Non agiva. Sentivo il suo respiro irregolare e agitato, lo guardai ancora una volta, poi partii alla carica, gli sferrai un pugno dritto al volto, mi deviò senza contrattaccare, ne sferrai un altro, ma la sua reazione fu la stessa, mi evitava sfuggendomi ogni volta, tentai di calciarlo, combinando le più disparate tecniche di combattimento che avevo appreso negli anni di addestramento, ma sembrava prevedere ogni mossa, deviandola senza mai sferrare un colpo; feci una finta per poi colpirlo a fondo nello stomaco.

Ero andata a segno, in un primo momento sembrò incassare sofferente,ma poi alzò il volto, o meglio, la maschera, osservandomi negli occhi, così profondamente, non mi lasciai abbindolare, così approfittando della sua temporanea situazione di disequilibrio, cercai di proiettarlo a terra calciandogli la gamba, ma non ebbe esito positivo, perché riuscì a ribaltare immediatamente la situazione, sottomettendomi, a quel punto era completamente sopra di me,bloccandomi con le ginocchia le gambe e con una mano i miei esili polsi.

Imprecai mentalmente, come poteva essere così forte? Avevo usato delle tecniche sconosciute al di fuori della guardia nazionale, ma le aveva evitate. Avevo il respiro accelerato, e anche lui, potevo sentirlo. Avevo fallito miseramente, perché non mi finiva, uccidendomi? perché continuava a fissarmi? ‹‹vattene!›› mi disse poi avvicinandosi al mio orecchio, con una voce che non riuscii a distinguere per via della maschera che portava.

Allentò la presa ai polsi, ma non si allontanò dal mio viso, sembrava come immobile vicino alla mia guancia. Mi lasciò andare totalmente i polsi, poi le gambe e si alzò, facendomi cenno di togliermi dai piedi. Eseguii, mi avviai verso la porta, infilai velocemente la mano in tasca e premetti l’allarme per ricevere soccorsi immediati, calcolai che sarebbero arrivati dopo venti minuti dalla chiamata, a quel punto mi girai verso di lui e giocai la mia ultima carta, estrassi la pistola munita di silenziatore e gliela puntai contro, nonostante il capo avesse ben espresso di non usare armi da fuoco in questa missione. ‹‹alza le mani sopra la testa!›› gli gridai, il ragazzo eseguì immediatamente l’ordine avvicinandosi.

Sapevo che il mio compito era ucciderlo, ma prima volevo vedere il suo volto, la sua espressione, sentire la sua voce, dopotutto era pur sempre una persona…‹‹non ti avvicinare!›› gli gridai, il ragazzo sembrava non avermi sentito, perché continuava ad avanzare. ‹‹mi sparerai?›› sussurrò poi abbastanza forte che riuscii a sentirlo. ‹‹togliti la maschera!›› gli ordinai, il ragazzo si portò le mani al viso, poi con un gesto lentissimo si tolse quello strano involucro bianco facendolo cadere a terra.

Incrociare quegli occhi grigi, dopo così tanto tempo, bastò per farmi cadere la pistola dalle mani.

Le lacrime mi salirono immediatamente agli occhi, prepotenti, senza lasciarmi la forza di ricacciarle indietro. E come un fiume in piena tutti quei ricordi riaffiorarono alla mente.

Quell’addio così dolce, e così sofferto, quel corpo così forte e caldo che mi stringeva tra le sue braccia in quel freddo letto di caserma. E per una volta le sue mani su di me come carezze, dolci e gentili, senza violenza, senza combattimenti. Un amore sofferto e disperato il nostro. Un ultimo bacio dopo avermi confessato tutta la verità. Un ultima volta per sfiorargli quelle labbra che non avrei mai più rivisto.

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