Dopo il press cafè dedicato al sensei Naoki Urasawa, il maestro ospite di Planet Manga ha partecipato a diversi incontri durante Lucca Comics & Games 2023, tra cui il Maxi Showcase dove ha suonato la chitarra e cantato oltre che rispondere alle tante domande del moderatore e l’incontro Meet Naoki Urasawa moderato da Dario Moccia.
Naoki Urasawa Maxi Showcase
Torniamo agli inizi della sua carriera, a che età ha iniziato a disegnare? Si ricorda il primo disegno che ha fatto?
Urasawa: Non ricordo esattamente l’età, ma credo 4 o 5 anni. I miei genitori mi hanno regalato due volumi di manga di Osamu Tezuka ed è stata la prima volta che mi è venuta voglia di ricopiare quei disegni.

C’è stato un momento in cui ha detto “Farò il mangaka come mestiere!“?
Urasawa: In realtà non ho mai pensato di fare il mangaka. Ho sempre saputo che è una professione molto dura. A scuola c’erano dei volantini su vari mestieri e su quello del mangaka c’era scritto che era molto difficile e impegnativo. In più, diventando mangaka professionista, mi sarebbe stato chiesto di fare manga per vendere, arrivando a compromessi, e quest’idea non mi è mai piaciuta.
Ha citato Tezuka come maestro, tornando al discorso di quanto sia difficile come lavoro, il sensei Tezuka lavorava davvero tantissimo. Quante ore al giorno lavora?
Urasawa: Nel momento più impegnativo della mia carriera, ogni mese avevo sei scadenze. Per Monster, solo per gli sfondi ci voleva una settimana di lavoro e dovevo consegnare due capitoli al mese. Nelle due restanti settimane dovevo disegnare anche Yawara! ed Happy!, per cui ero sempre molto impegnato. Ho fatto una vita così per circa vent’anni.

Adesso invece è migliorata la situazione? Com’è la sua giornata tipo?
Urasawa: Sì, finalmente sono al 40° anniversario da quando sono diventato mangaka e gli editor della casa editrice mi ascoltano di più.
La sua bravura è nota anche per le sceneggiature, per le tante trame capillari che si intersecano. Ha già in mente anche le sottotrame o è qualcosa che crea di volta in volta?
Urasawa: Il lavoro del mangaka è un po’ particolare, quando si disegna qualcosa, prima che vada in pubblicazione si deve presentare all’editor che deve approvare o meno. La storia generale che si vuole proporre è ideata da me, ma a volte ci sono dei cambiamenti in base alla reazione che si vuole produrre nel pubblico. Se anche quel capitolo viene pubblicato, bisogna considerare le reazioni del pubblico, in base a quelle si cerca di trovare un compromesso e la storia può subire dei cambiamenti, spesso rendendo il manga ancora più interessante.
Qual è la cosa più difficile da disegnare?
Urasawa: Sono tantissime le cose difficili da disegnare, nel mio caso quando si vengono a creare degli eventi drammatici nella storia è difficile decidere come proseguire. In quel momento di solito appare sempre un personaggio che tramite le sue azioni dà una svolta agli eventi. Questa cosa sembra un po’ un trucco di magia e devo ammettere che mi è sempre riuscito, anche se non è mai stato facile.

Com’è nato il suo amore per la musica?
Urasawa: A tredici anni ho preso in mano la chitarra e ho iniziato a comporre le canzoni. Col registratore registravo su cassetta i pezzi e poi mi risentivo, per poi registrarmi di nuovo. Con i manga c’è una certa affinità. Disegnare un manga vuol dire prendere un foglio bianco, disegnare dei personaggi e vedere la loro storia che prende vita. La musica è un po’ la stessa cosa se si pensa al mondo dei suoni, visto che si crea un proprio suono che poi prende vita man mano che si compone. Ho molti amici musicisti famosi giapponesi, ogni volta che ci vediamo ne parliamo. Loro sono diventati musicisti affermati e io un mangaka noto, ma come loro amano i manga, io amo la musica. Entrambe sono espressione dell’individualità, esprimono la libertà di una persona.
Il sensei a questo punto ha suonato e cantato 20th Century Boys dei T. Rex.

Urasawa: Ho fatto fin’ora due album e sto cercando di completare il terzo. Una di queste canzone uscità con Asadora, quindi ascoltatela.
Urasawa: Conoscete un programma televisivo giapponese che si chiama Manben? Ora suonerò una canzone di quel programma. All’interno di questa canzone c’è una parte che dice “Se c’è una penna e un pezzo di carta si può sconfiggere qualsiasi cattivo! Si può salvare una principessa e con lei darsi appuntamento tra le galassie!” quindi ricordatevelo.

Il sensei a questo punto ha suonato e cantato la sigla di Manben.
Urasawa: Adesso sta per uscire la seconda stagione di Manben. Quindi ora suonerò il tema principale di questa stagione.
Il sensei a questo punto ha suonato e cantato la sigla della seconda stagione di Manben.
Urasawa: Grazie di essere venuti in questo giorno di pioggia, vi dedico quest’ultima canzone. Questa è la canzone che ha cantato Kenji, un personaggio che forse conoscete. Sicuramente vi sarete bagnati venendo qui, ma anch’io mi sono bagnato un sacco, per cui grazie ancora per essere venuti.
Meet Naoki Urasawa
Partiamo dalle tematiche dei suoi manga, perché ho l’impressione che nelle sue opere lei metta in discussione costantemente i poteri, la politica, la religione e in questo modo critichi l’umanità. Tematiche sociali e politiche che non sono propriamente vendibili, ma lei ci riesce e vorrei capire qual è l’approccio giusto per rendere popolare qualcosa che sulla carta potrebbe essere noioso?
Urasawa: A dire il vero già Osamu Tezuka, un autore che ho sempre ammirato, trattava argomenti simili molto complessi, tra i quali anche il significato della vita e la medicina. Tezuka ha proposto ai lettori argomenti come questi nel modo più interessante possibile, indorando la pillola di miele per rendere l’intrattenimento. Sono cresciuto leggendo i manga creati con questa metodologia, per cui credo di averla un po’ fatta mia.

E cos’è che aveva Tezuka che non avevano gli altri, riguardo a questo tema?
Urasawa: Vediamo, una cosa di cui mi sono recentemente reso conto è che esistono tanti manga dove ci si affronta e si vince. Ma Tezuka al contrario non ha scritto molti manga simili e non cerca il significato della vittoria. Credo che sia interessante che non desse importanza a questi valori.
A proposito di vittorie e sconfitte, quasi tutti i suoi personaggi sono un po’ uomini della strada, dei reietti della società o bambini a cui non dare ascolto. Crede che prendendo quei personaggi per trasporli nella realtà di tutti i giorni, quei personaggi che affrontano sempre minacce gigantesche potrebbero cambiare il mondo nella realtà?
Urasawa: La mia famiglia non è mai stata molto ricca, infatti quand’ero piccolo le uniche cose che avevo per divertirmi erano dei fogli bianchi e una penna per disegnare manga. Per le persone che non sono cresciute in un ambiente ricco è sempre molto difficile che i sogni si avverino. Mi emoziona tanto vedere chi si aggrappa ad un piccolo fascio di luce o a una piccola speranza, proprio per questo voglio raccontare questo genere di storie.
Rimanendo sui protagonisti, ha dichiarato che odia il prototipo di personaggio eroe senza macchia e senza paura. Infatti tende anche a sporcarli, quando emergono nelle sue storie. Che tipo di uomo si ritiene? La popolarità l’ha cambiata?
Urasawa: Solo gli altri mi vedono in quel modo, ma francamente io non lo capisco. Mi sono sempre impegnato al massimo per scrivere manga interessanti e credo che sia proprio il fatto che siano arrivati fino a voi che dimostra quanto sia cresciuto.

Ha detto che il suo scopo sia scrivere belle storie e che possano dare speranza a qualcuno. Nei suoi fumetti vediamo persone traviate dai santoni, ipnotizzate dalla tecnologia, poi a un certo punto arriva uno con una chitarra e con una canzone o un fumetto cambia il mondo. Secondo lei con un fumetto è possibile cambiare il mondo?
Urasawa: Io non credo all’idea che i manga e la musica possano cambiare così tanto il mondo, ma come ho detto prima, è come fossero una flebile speranza ed io un po’ voglio crederci.
Sembra attratto morbosamente da alcuni eventi importanti, come l’EXPO di Osaka, le Olimpiadi, l’Allunaggio, l’omicidio di Kennedy, tanto che ha scritto un’intera opera basata su questi eventi. Qual è l’aspetto narrativo che l’affascina di più di questi eventi aggregatori?
Urasawa: Da quando è nata l’umanità, la civiltà ha avuto successo, ha affrontato tante guerre e lo scoppio della bomba atomica. Anche noi che ci troviamo qui oggi, siamo esseri umani che hanno avuto diverse esperienze in comune come queste. Pensiamo che nella vita quotidiana, queste cose non abbiano niente a che fare con noi, ma in realtà sono impresse nel nostro inconscio. Credo sia importante disegnare persone che portano dentro i segni di queste esperienze storiche.

Un’altra caratteristica dei suoi manga è che da particolare spazio all’innocenza dei bambini e l’infanzia. Infatti tante opere sono permeate da questo strano senso di nostalgia, anche se il lettore non ha vissuto i periodi storici dei suoi bambini, periodi che magari non ha vissuto nemmeno lei. Secondo lei come si realizza un buon manga che al suo interno abbia una nostalgia buona, che ci fa ricordare cose con affetto, ma permette di guardare anche al futuro?
Urasawa: Per esempio, le opere del regista Yasujiro Ozu registrate nel 1950, risultavano già nostalgiche in quegli anni. Forse è proprio il rappresentare queste esperienze impresse dentro di noi che rende queste opere nostalgiche anche se si sta ancora vivendo quel periodo. A Tokyo, durante la mia adolescenza, lavoravo part-time in un supermercato sul cui terrazzo vi era un parco giochi. I soliti bambini che venivano dopo scuola non sempre avevano i soldi, per cui non potevano salire sulle giostre o giocare ai videogiochi. Quindi la sera giocavo sempre con loro. Probabilmente quello è il tipo di bambini che racconto sempre nei manga. C’era la macchina per il cambio monete che quei bambini cercavano di derubare e io li rincorrevo sempre.

Per lei la dicotomia buono-cattivo, non sembra esistere, anzi quando crea un cattivo riuscito cerca anche di giustificarlo, come se si sentisse in colpa di averlo fatto così cattivo. Perché per lei è così difficile scindere il bene dal male?
Urasawa: Quando disegno un cattivo mi domando sempre “Perché è diventato così cattivo?” e quindi penso a come abbia vissuto. Credo che nessuno alla nascita pensi di diventare cattivo. Tutti vorrebbero crescere pensando di diventare l’eroe, ma durante la vita succede qualcosa che li fa deviare trasformandoli in cattivi. Ritengo sia importante narrare anche quella parte. Per cui quando creo un cattivo è un po’ come se facessi un colloquio di lavoro, “Perché sei diventato così?” e dentro la mia testa mentre disegno immagino questo colloquio.
Parliamo dei personaggi femminili, spesso protagoniste nelle sue storie e meravigliosi. Quando le hanno chiesto se fossero ispirati a sua madre ha negato. Oggi ha trovato la fonte della psicologia dei suoi personaggi femminili?
Urasawa: Mia madre era davvero una gran lavoratrice. Di contro, mio padre invece un po’ oziava in casa. È stata mia madre a tenere le redini della famiglia, era davvero forte. Anche se lavorava tanto è riuscita a crescerci bene. Il fatto che nelle mie opere la figura paterna spesso viene raffigurata più debole dev’essere proprio per questo. Spesso oziava in salotto vedendo la TV sdraiato dalla mattina alla sera.

Il suo rapporto col pubblico è complicato, perché bisogna accontentarlo, ma anche spingerlo dove vuole. C’è stato un momento in cui il pubblico l’ha delusa o quando l’ha fatta inorgoglire?
Urasawa: Sinceramente, non ho mai scritto un’opera cercando di accontentare il gusto dei lettori. Nel momento in cui il lettore legge la mia opera, mi viene voglia di mostrargli nuove idee e ambientazioni. La maggior parte dei lettori aspetta che la palla arrivi qui, ma spesso questa non va dove si aspetta. A volte vorrei che venisse presa con tutta la propria forza in posti inaspettati, perché nella vita spesso la palla non arriva dove ci si aspetta.
Più volte ha accusato dolori fisici a causa dello stress del suo lavoro e quando è dovuto venire a patti con lo spirito di Tezuka quando ha lavorato su Pluto, tanto da farsi venire l’orticaria. I problemi di salute dei mangaka in Giappone sono così comuni da passare quasi inosservati. Cosa ne pensa e come ha trovato il suo equilibrio?
Urasawa: Come ho detto, per vent’anni ho lavorato molto duramente, con sei scadenze in un mese, tra Monster, Yawara! ed Happy!. Ripensandoci mi chiedo perché diavolo lo facessi. Anche il sensei Tezuka faceva una cosa simile, ma con una quantità di lavoro tre o quattro volte superiore. Mi è capitato di leggere le scadenze del sensei. Pubblicava su due riviste settimanali, Shonen Magazine e Weekly Shonen Champion, quindi in un mese pubblicava otto capitoli. Su Big Comics pubblicava MW ogni due settimane. Come serializzazione mensile pubblicava anche La Fenice e Buddah, ed il solo vedere tutti questi impegni mi ha sconcertato tantissimo. Una cosa che ho capito è che arrivati a quel punto, non disegni più per guadagnare denaro, anche perché se si lavora così tanto non si avrebbe neppure il tempo di spenderli quei soldi.

Probabilmente anch’io ero così, sentivo una forte ispirazione senza un motivo specifico, come fosse una vocazione. Mi chiedevo “Cosa posso fare io per il bene dei manga?” come fosse una missione che mi era venuta dal cielo. Per certi aspetti mi rivedo nella mentalità di Tezuka, quindi dopo aver festeggiato la conclusione della serializzazione di Happy!, mi trovavo nella vasca da bagno e mi dicevo che non avrei mai più fatto manga con cadenza settimanale. All’improvviso mi venne in mente l’immagine del segretario generale dell’ONU che salutando affermava: “Se non fosse stato per loro l’umanità non sarebbe giunta al 21° secolo!” con sottofondo musicale 20th Century Boys dei T. Rex! Così immaginai una storia intitolata 20th Century Boys e una volta uscito dalla vasca annotai tutte le idee che mi erano balzate in mente. Il manga a differenza di un film non ha bisogno di una lunga pianificazione, di uno sponsor e di uno staff per poter iniziare immediatamente. Bastano dei fogli bianchi e una penna. Quando ti viene in mente un’idea così interessante, bisogna scriverla per forza.
Abbiamo citato La Fenice per cui, ha ancora voglia di realizzare il Libro del Presente mai realizzato da Tezuka?
Urasawa: Lessi La Fenice quando avevo 13 anni a Tokyo sdraiato nel corridoio di casa. Una volta finito rimasi a fissare il cielo pensando “Esiste davvero qualcuno al mondo che ha inventato una cosa così interessante?” finché non mi accorsi che era passato del tempo e il sole era già calato. Ero solo un tredicenne sopraffatto dal racconto. Certo, proprio perché si tratta de La Fenice, vorrei anch’io leggerne la conclusione. Più o meno, leggendo le varie interviste a Tezuka, posso immaginare come sarebbe finita la storia, ed effettivamente c’è stato un periodo in cui volevo tanto scrivere quel finale. Ed è proprio quando mi venne questo desiderio che nel 2003 l’anno in cui nel manga del sensei nasce Atom, mi fu proposto di realizzare un progetto per omaggiarlo. A tal proposito pensai subito a Pluto e cominciai la serializzazione. Tutta la voglia e l’ardore di scrivere la conclusione de La Fenice li ho riversati in Pluto, per questo credo che non scriverò l’ultimo capitolo de La Fenice.
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In una dichiarazione ha detto che mangiare è un atto triste. Da italiano la trovo qualcosa di sconvolgente. Ci spiega meglio questo concetto?
Urasawa: L’ho detto davvero? (applausi) Vedere le persone che mangiano godendosi il cibo mi commuove. Se mangi una cosa buona sei felice e non c’è felicità più grande di questa. Nelle mie opere probabilmente descrivo questa emozione, una specie di commozione nell’essere felici e grati per il cibo. Vorrei raccontare l’emozione di chi è venuto al mondo e sente questa sensazione di felicità nella bontà di ciò che mangia.
In Manben c’è una scena in cui disegna degli scarabocchi accanto a sua nonna che sonnecchia. Dopo una vita di successi, vendite stellari e fiere del fumetto, c’è un momento in cui riesce a provare le stesse sensazioni di quando disegnava vicino a sua nonna?
Urasawa: Non ho nostalgia di quei momenti e non vorrei tornare indietro. Adesso mi trovo qui davanti a voi dopo aver superato miracolosamente una marea di avversità. Per cui non ci sono cose che vorrei cambiare o rifare.
È anche un musicista e ha anche pubblicato degli album. Oggi a 63 anni, ancora nel pieno delle sue forze, cosa vuole fare della sua carriera? Ha intenzione di ritirarsi prima o poi o vuole continuare a disegnare?
Urasawa: Disegno manga da quando avevo 5 anni e compongo e suono la chitarra da quando avevo 13 anni. Sono le mie passioni che mi porto dietro dall’infanzia. Non ci si ritira mai dal divertimento.
E con gli incontri del sensei Urasawa abbiamo finito, ma abbiamo ancora un paio di cartucce da sparare su incontri avvenuti a Lucca Comics & Games 2023, quindi continuate a seguirci! ^_-



