II. tears heart
La macchina nera si accostò ad un grande cancello dorato ma macchiato, arrugginito e vecchio, sporco talmente tanto da avere ragnatele ovunque, insieme ai rampicanti che crescevano in piena libertà.
L’autista scese dalla macchina e coprendosi più che poteva, richiuse lo sportello contro il vento che soffiava forte. Essendosi allontanati da Galeney non pioveva più ma in compenso il vento forte da quelle parti era forse ancora più insopportabile, probabilmente anche per via del mare poco distante; non per niente si poteva sentire ogni tanto, l’odore della marea. Questa mattina purtroppo si sentiva solo l’odore dei bisognini degli animali randagi che circolavano in zona.
L’autista afferrando una grande chiave da una tasca, sbloccò il lucchetto delle catene, spalancando il cancello, dopodiché, veloce, ritornò alla macchina.
Quando parcheggiò all’interno – accanto ad un’altra auto simile – si diresse sempre lui a richiudere il cancello, stavolta girando il lucchetto al verso opposto.
L’uomo dagli occhi azzurri – finora il portavoce – riprese la bambina fra le sue braccia, coprendola come poteva dal vento, aiutato da Sally, la ragazza dai capelli neri e riflessi blu.
«Adrien, sbrigati!», disse l’uomo al ragazzo poco distante, che camminava lentamente.
Si ripararono sotto il portico e l’uomo pelato che faceva loro da autista suonò al citofono del vecchio e cadente edificio.
«Jones, aprici, maledizione! Oggi fa freddo!», imprecò al citofono. «Apri! Apri! Apri! Apri!», continuava insistente, reggendosi le braccia, finché il portoncino scattò e lo spalancarono per entrare.
L’ingresso si affacciava ad una gran sala deserta e sporca di tutto, perfino puzzolente. Presero le scale e man mano che salivano queste si facevano più pulite e l’odoraccio lentamente si faceva da parte.
Il piano terra era semplicemente disabitato, trascurato e lasciare cadere: volevano dare l’idea che il posto fosse completamente in abbandono, nel caso qualcuno fosse riuscito a scavalcare il cancello e a guardar dalle opache finestre.
Quello che facevano quaggiù era un segreto che dovevano mantenere ad ogni costo, custodire per l’eternità. Era la loro base segreta questa, dove andavano contro alla scienza e religione, dove potevano credere che l’impossibile esisteva e niente era mai come sembrava. Un posto dove potevano aprire gli occhi e combattere per il futuro, anche per tutte quelle persone che non credevano potesse essere possibile o semplicemente reale: contro il soprannaturale, che esisteva e loro stessi ne erano la prova.
Al piano superiore invece si mostrava un corridoio con tante porte.
Il gruppo andò dritto fino a fermarsi dinanzi ad un portone verde – simile a quello negli ospedali – che l’uomo pelato stava per aprire, prima che fosse spalancato appena in tempo dall’altro lato.
«Oh! Eccovi qui!», comparì una giovane donna dietro al portone.
Indossava un camice bianco e i guanti in lattice. Portava dei fini occhiali da vista e i capelli castani stavano raccolti in una piccola e bassa coda da cavallo. Una dottoressa.
«Puha! Jones, ci hai messo una vita ad aprirci! Giù si muore di freddo e lei fa con calma!». Sbraitò l’uomo pelato, entrando nella sala dietro al portone: aveva tutto l’aspetto di un laboratorio.
«Oh, scusa se stavo lavorando… La prossima volta corro ad aprirti appena sento suonare, e sai che faccio? Ti porto pure un caffè! Così pensi di poter essere a posto?», replicò con un filo d’ironia.
«Sì, in effetti mi sentirei meglio! Mi ci potrei perfino abituare! Grazie!».
«Oh, figurati!».
Finito il battibecco infantile, si fece seguire dai tre verso un lettino in sala, dove ci sdraiarono la bambina. Accese una grande lampada sopra di essa e gettò via i guanti di lattice sporchi in un cestino. La lampada in questione portava un’opaca luce azzurra e la bambina non sembrava percepirla.
«Allora, come si chiama? Raccontatemi la sua storia!», si accomodò su di una sedia girevole, infilandosi un altro paio di guanti nuovi strappati dalla scatola.
«Si chiama Fabrienne, ha sei anni e da qualche mese a questa parte sembra essere entrata in coma… Tuttavia nessun dottore è riuscito ad accertarsene e gli ospedali si sono rifiutati di prenderla con loro. Vuole l’oscurità per poter dormire, a quanto sembra, e quando le si accende la luce spalanca gli occhi e qualcosa succede…», spiegava il portavoce.
«Qualcosa… di che tipo?».
«Gli ospedali hanno detto rumori sinistri, ombre che si muovono senza capire da dove siano portate e… voci!».
Jones annuì lentamente, portandosi una mano agli occhiali, per sistemarli. «E voi cosa avete scoperto, invece?».
«Tsk!», udirono ridere appena l’uomo pelato alle loro spalle, e Jones si voltò, per vederlo seduto comodamente con le gambe incrociate su di un tavolo di laboratorio, mangiando un panino già morsicato trovato lì sopra. «Due gradi D!», esclamò a bocca piena, indicando la bambina.
«Grado D?», trasalì, voltandosi al portavoce.
«Esatto.», fece. «Quasi…».
«Uno dei due prendeva forma!», s’intromise Sally.
Jones si passò il palmo di una mano sulla fronte, incredula, osservando la piccola sul lettino accanto a lei.
«Va bene!», si alzò infine, sembrava aver preso di colpo una decisione. «Lasciate fare a me… Passerò delle ore in sua compagnia!».
«Pensi di poterla svegliare?», domandò sempre Sally, che accarezzando la fronte della bambina le sorrideva.
«Ci provo!», sussurrò. «Devo prima farle dei controlli, degli esami, e vedo se è il caso… Non vorrei ritrovarmi a svegliare qualche calamità!», sorrise appena, sarcastica ma sincera come sempre. «Poi ci pensate voi ai gradi D!», rise.
«Dai, andiamo…», disse l’uomo dagli occhi azzurri richiamando i tre con le braccia. «Usciamo di qui, e lasciamo lavorare i professionisti!».
«Oh, sìsì!», annuì Jones, agitando le mani. «Sciò! La professionista sono io!».
Mentre gli altri tre stavano già uscendo tra gli abbracci e baci dell’uomo con gli azzurri alla ragazza e lo sguardo annoiato di Adrien, l’uomo pelato si alzò dalla sedia dando un ultimo grande morso prima di dover abbandonare il panino, schioccando due dita sul vetro di un’ampolla.
«Oh, prendilo pure quel panino!», esclamò Jones, controllando gli occhietti della bimba con una lucetta dello stesso colore e intensità della lampada. «Tanto Ed non aveva intenzione di finirlo…», esclamò con gran sorriso.
L’uomo a quelle parole fece per sputare l’ultimo boccone ancora in bocca, raccogliendolo con le mani. «Ed l’inserviente?», strillò nel solo ricordare quanto fosse pulito quest’anziano signore mentre mangiava panini nella pausa seduto in terra tra i gabinetti, con i guanti ancora in mano.
«Conosci altri Ed?», si voltò a lui, sfoggiando sempre più uno smagliante sorriso.
L’uomo se ne andò camminando goffamente, gettando il boccone sputato in un cestino per l’immondizia.
«Grazie a te ora dovrò lavarmi i denti con il disinfettante! Grazie tante, eh!», sbottò prima di uscire e richiudere la porta.
La donna trattenne una risata – scuotendo il capo – e tornò al proprio lavoro.
L’acqua scendeva in un potente getto e prendendone un po’ tra le mani se la buttò violentemente in faccia, per poi reggersi al lavandino e riflettersi nell’enorme specchio davanti a lui.
Era depresso Adrien, qualcosa in lui era sempre più cresciuta giorno dopo giorno e non poteva più di accumulare tensione.
Aveva appena diciotto anni, scappato di casa quando ne aveva quattordici era subito entrato in contatto con loro, dove si poteva sentire finalmente in una vera casa, dove tutti erano come lui e nessuno ne aveva paura.
La colpa non era certo della sua famiglia naturale infatti, sua e solo sua, lo sapeva bene, scappato perché era diverso e non riusciva a controllarsi. Ma ogni tanto i demoni del suo passato, che non avevano forma come quelli che affrontava tutti i giorni e impossibili da sconfiggere, tornavano a tormentarlo e a fargli ricordare quanto era bello il sorriso di sua madre.
Scappò una notte, quando sentì – svegliandosi all’improvviso dal sonno – nuovamente dentro di lui qualcosa scoppiare e per non far del male alla sua famiglia scese dalla finestra della sua stanza.
Le vene gli s’ingrossavano e gli occhi gli divenivano neri come la pece più scura.
E fu in quelle condizioni che lo incontrò Sally per strada, che avendo sentito la sua energia gli era andata incontro.
La notte era molto buia, e alcuni cani abbaiavano al di là di qualche recinto, per fortuna nessun uomo normale per strada.
Appena la vide le urlò contro e per quanto non riuscisse a controllare il suo corpo, ricordava perfettamente quelle parole pronunciate nel pianto e nella disperazione poco dopo: «Salvati…».
Credeva di morire Adrien, perché avrebbe finito per uccidersi. Un mostro come lui in libertà era un danno per qualsiasi vita sulla Terra.
Fino a quando non incrociò gli occhi di quella ragazza davanti a lui: quel dorato risplendeva ogni secondo di più che lo fissava e dentro di sé sentiva finalmente la pace.
Era come se lo stesse ipnotizzando, perché la forza cattiva e il caos dentro di lui stavano svanendo e pian piano si sentiva più leggero. Gli occhi di Adrien mutarono, prendendo il colorito dorato come un riflesso, così anche il colore dei suoi capelli presero scie dorate, e il corpo smise di essere in tensione.
La ragazza avanzò di qualche passo e lo mantenne fra le sue braccia prima che leggero toccasse terra, quasi sull’orlo di svenire.
«Cos… Cosa mi hai fatto?», domandò quella volta alla giovane ragazza davanti a lui, mantenendo il forzato contatto con gli occhi.
«Sst!», sussurrò. «Adesso dormi…», lo sorrise.
Un angelo, si disse poco prima di chiudere gli occhi.
Quando si risvegliò era nel laboratorio e conobbe Margherita Jones, un ex-medico che abbandonò il suo lavoro per aiutare le persone come lui, di appena ventisei anni, e altri ex-medici che l’aiutavano. Alcuni di loro abbandonarono l’attività di anno in anno, e altri li vide morire sul lavoro.
Conobbe poi il leader dell’organizzazione, Christopher Jameson – dagli occhi di uno azzurro troppo puro per lui, come aveva sempre pensato Adrien – e il suo amico Oliver Lower, allora con i capelli folti e selvaggi.
E dopo venne a trovarlo lei, per sapere come stava, e poté fare la sua conoscenza: «Mi chiamo Sally Donson, piacere di conoscerti! Allora, stai meglio adesso?», gli aveva chiesto.
I suoi occhi avevano smesso di brillare ma poteva ancora scorgere del dorato in quel castano.
Lei era come lui.
Anche lei scappò di casa per via della sua diversità, quando aveva sedici anni.
Abitando nelle strade all’età di diciassette si ritrovò incinta e portò avanti la gravidanza: in grembo portava una bambina. Fu all’ottavo mese che lei conobbe quelli dell’organizzazione, e Jones l’aiutò a partorire, a dare alla luce quella bellissima bimba, che purtroppo vide solo un giorno. Morì perché aveva assorbito troppo potere della madre e non riuscirono a salvarla.
Sally non ne parlava mai. Non voleva.
Lei rideva sempre con tutti, chiunque, e anche quando Adrien la incontrò la prima volta infatti – che aveva appena ventuno anni – mascherava il suo dolore in un sorriso.
Il suo istinto materno la portava a comportarsi da mamma anche nei suoi confronti, che per lui era tutto fuorché come una madre. Ma con lui Sally riuscì ad aprirsi e a raccontargli la sua storia, per questo non ne discuteva mai su come poteva dargli fastidio il suo istinto materno nei suoi riguardi.
Ed era colpa di Sally adesso se quel qualcosa era sempre più cresciuto dentro di lui, quel senso di insoddisfazione. Perché se anche con loro Adrien imparò a controllarsi e all’inizio si sentiva bene, non era mai riuscito a sopportare le pressioni di essere considerato sempre un bambino da tutti, sottovalutato, di non poter essere di più per nessuno, soprattutto per Sally.
«Ah, eccoti…». La porta dei bagni si aprì ma Adrien non si voltò: vedeva Christopher attraverso lo specchio.
L’uomo sembrava più rilassato e disinvolto.
Si avvicinò al ragazzo, aprendo il rubinetto d’acqua nel lavandino a fianco.
«Credevo fossi andato a dormire, perché non ti trovavamo da nessuna parte…». Cominciò a lavarsi la faccia e Adrien lo guardava a malapena di sbieco: non lo sopportava.
«Speriamo non sia nulla di grave per quella bambina. Jones è in gamba, speriamo riesca a svegliarla…».
Adrien chiuse il suo rubinetto e senza neppure asciugarsi fece la mano all’uomo per andarsene: non aveva voglia di parlare, in particolare con lui.
«Vado a dormire…», sussurrò.
«Adrien!», lo chiamò autoritario. «Sei incazzato perché ti ho sgridato in macchina? Sei un’incosciente, quella bambina avrebbe aperto gli occhi e hai visto cosa pu-», lo interruppe.
«Sono solo stanco, Christopher!», quasi urlò, irritato. «Ho sonno e voglio dormire!».
Detto ciò aprì brusco la porta del bagno ed uscì, senza più dire una sola parola.
Prima di andare dritto nella sua stanza però, spalancò la porta sul retro dell’edificio, scendendo per le scale un poco arrugginite.
Davanti a lui si prospettava quel che nessun visitatore estraneo si sarebbe mai sognato di vedere per com’era l’edifico dalla parte opposta: un’immensa serra in ferro e vetro, colorata e luminosa, piena di piante rampicanti ad ogni parete e fiori assortiti, l’interno era una spettacolo.
Restò accanto alla porta, senza aprirla, solo poggiato. Osservava all’interno, catturato dalla visione di quella ragazza inchinata a parlare con i fiori. Lo faceva spesso Sally e ci restava perfino delle ore intere. Non raccontava mai a nessuno quello che diceva ai fiori, erano messaggi che sarebbero restati all’interno di quella serra per l’eternità.
Era bellissima. Nonostante fossero passati degli anni, Adrien credeva ancora che Sally fosse un angelo.
«Devi entrare?», chiese cortesemente una voce alle sue spalle.
Adrien si scostò voltandosi, cercando di mantenere un sorriso.
«No, no… Non devo entrare!», scosse la testa. «Passa pure!». Fece le mani, abbassando lo sguardo per andarsene.
La ragazzetta gentile sorrise a sua volta ma prima di lasciarlo andare ed afferrare la maniglia della serra, lo chiamò.
«Adrien!».
Si voltò, che con le mani nelle tasche dei pantaloni stava già salendo gli scalini.
«Dimmi che le parlerai… Che ci riuscirai, un giorno!».
Lei era probabilmente l’unica che l’aveva capito. Dall’inizio, da subito, dal principio. Quando Adrien s’intrufolava nella serra per osservare Sally, non tanto per ascoltare ciò che diceva, ma solo per osservarla parlare indisturbata, nei suoi sorrisi sinceri o colmi di tristezza, mentre le si arrossivano le guance o le si gonfiavano gli occhi.
Lo sguardo di Adrien per Sally c’era sempre, ma nessuno se n’era accorto, meno che lei. Lei che Adrien sapeva di potersi fidare, una persona che gli era stata amica fin da subito e mai l’aveva trattato da bambino come tutti, benché anche lei fosse più grande.
Si occupava della serra e non lavorava mai in contatto con quello che l’organizzazione custodiva. Preferiva così, probabilmente ne aveva timore.
«Puoi farcela!», lo incoraggiò in un sorriso sincero.
Il ragazzo però sorrise amaramente e abbassò lo sguardo, procedendo lento per qualche altro scalino. Voleva risponderle, ma non sapeva cose dire, non ci riuscì e prese a correre via, fino a tornare dentro.
Avevano viaggiato tutta la notte per tornare a casa da Galeney, e prima di questa meta i quattro erano stati in viaggio per incontrare delle persone – dove per caso avevano sentito le voci su questa bambina – ed era normale essere stanchi e voler dormire anche se era solo pomeriggio.
Adrien si era chiuso nella sua stanza, lo stesso Oliver – in seguito ad aver passato minuti su minuti in bagno a pulirsi denti e bocca – si era chiuso in camera per farsi un decente sonnellino, dopo aver guidato ore senza riposo.
Il laboratorio ancora era chiuso e Jones non si era fatta più sentire: lavorava sodo ore senza prendere boccate d’aria, era successo più volte.
«Non so più come devo comportarmi con quel ragazzino… Sembra ce l’abbia a morte con me…», sbuffò Christopher, che seduto sul letto si sfilava le scarpe nere.
Sally stava davanti ad uno specchio del comò, intenta a sganciarsi gli orecchini.
«Non è più un ragazzino…».
«Come?».
«Dico che non è più un ragazzino!», si accostò al letto, indossando solo degli slip e un top. «Non ha più quattordici anni da un sacco di tempo…».
Afferrò una rivista dal suo comodino e seduta sul letto poggiata alla spalliera, l’aprì.
L’uomo sbuffò appena e restando in boxer si avvicinò alla compagna.
«Ultimamente lo difendi sempre…», esclamò.
«No, no, no!», lasciò perdere la rivista, affrontandolo negli occhi e alzando un poco la voce. «Non sono io che lo difendo sempre, sei tu che non lasci in pace! Chris, ce l’hai sempre con lui per tutto e non ti ha fatto niente!», riprese la rivista fra le mani, seccata.
Era raro vedere Sally arrabbiata ma negli ultimi mesi Christopher riusciva a vederla piuttosto spesso.
«Lasciamo perdere!», si voltò l’uomo innervosito. Passarono a malapena pochi secondi però che si girò nuovamente, osservandola leggere. «Tesoro?».
«Cosa…?».
«Senti… So che forse non è il momento più adatto ma…».
«No!», tuonò secca.
«Ma non mi dai neppure il tempo di finire!».
«Non è il momento adatto e non hai il preservativo!», tuonò ancora, puntandogli contro un dito.
L’uomo sbuffò ancora più forte, agitando una mano. «Tesoro, non succede nulla per una volta… E non ho malattie, lo sai, da quanto tempo ci conosciamo? Da quanto tempo stiamo insieme?».
«Non è questo il punto, e lo sai!», alzò di nuovo la voce. «Non faccio sesso senza preservativo!».
«Sally, per una volta…», tentava di spiegare, lentamente e calmo, probabilmente rassegnato.
«No, no! Non è questione per una volta!», proseguiva.
Ad un occhio esterno Sally sarebbe parsa pazza per chiunque dagli atteggiamenti e dalle grida.
«Lo sai che non voglio restare incinta! Non devi nemmeno chiedermele certe cose! Lo sai, cazzo, lo sai!».
Gettò il giornale a terra e si sdraiò dal suo lato, innervosita.
Lo stesso fece l’uomo dopo degli sbuffi e gesti della mano. «Appena mi sveglio mi faccio una mezzora, tre quarti d’ora, quello che è, di macchina e vado in città a comprare una scatoletta di preservativi! Contenta?».
Sally non rispose, e sapeva che non sarebbe riuscita a dormire con facilità: i suoi occhi erano aperti, tristi, forse incompresi… Un po’ soli.
Un primo capitolo introduttivo molto interessante, in cui ci vengono presentati alcuni elementi con un alone di mistero molto efficace che riesce a destare curiosità nel lettore. E molto riuscita anche la descrizione delle atmosfere, cupe e un po’ gotiche oserei dire.
Ne consiglio la lettura!
Si cominciano ad introdurre alcuni dei personaggi, che forse sono solo secondari ma comunque hanno un bello spessore; ci vengono raccontati sempre fornendo soltanto piccoli cenni della loro storia, quindi ciò li rende più interessanti, perché la dovremo scoprire, probabilmente, a poco a poco. E la curiosità di sapere di più su quest’organizzazione e su ciò che combatte sale.
Una lettura consigliata!
Grazie tantissime, Silen ^-^
Grazie ancora tantissimo, Silen ^^