Una lettera nel cassetto

La lettera

Caro Naruto,

quando leggerai queste righe, vorrà dire che non sarò sopravvissuto per dirti a parole quanto sono fiero di te.

Dovrei iniziare questa lettera dicendoti che mi dispiace, per tutti i momenti difficili che avrai dovuto passare, per tutti i vuoti che avrai provato, per la solitudine che avrà caratterizzato la tua prima infanzia, ma ciò che ho fatto quel giorno, il giorno in cui ho sigillato Kyubi nel tuo corpo, destando contro di te il giudizio e l’odio della gente, l’ho fatto perché guardandoti ho capito che avresti potuto cambiare le cose, ho visto nell’innocenza di un bambino la giustizia che avrebbe potuto riportare l’equilibrio a Konoha, ho visto in te Naruto un grande ninja. E se adesso stai leggendo queste righe vuol dire che il mio sogno più grande si è avverato, il mio unico figlio divenuto un grande ninja e un nuovo grande hokage.

Naruto, il nome che ti porti dietro, quel nome che avrai sentito tante volte affiancato ad insulti, ad aggettivi pieni di odio, a quest’idea soffro immensamente, ma so che te la caverai, perché come tua madre sei forte e tenace, quel nome lo scelse Jiraya in un bel dì soleggiato, Naruto, come il personaggio di uno dei suoi libri, che spero tu legga un giorno.

Sorrido istintivamente, pensando che quel libro lo tenevo nel cassetto della mia camera, come un sacro ricordo del mio maestro, come uno dei miei più cari tesori, quel libro che come eroe aveva un ragazzo col mio nome. Adesso mi stupisco di come in tutto questo tempo io non sia riuscito a carpire gli indizi, a scoprire la verità, forse perché ammaliato dalla grande figura di quell’uomo, chiamato quarto hokage, quell’uomo divenuto leggenda, ai miei occhi forse troppo grande per avere a che fare col mio passato.

Con il petto che ancora mi sembra scoppiare, continuo a leggere quelle dolci righe, quasi come se ogni parola fosse un abbraccio di quel padre che non ho mai avuto vicino, se non nel mio cuore, che ora si riempie di gioia, sapendo che quello di tre anni fa non fu solo un sogno, quella visione che ebbi del quarto Hokage quando provai a togliere il sigillo che imprigionava la volpe a nove code dentro di me. Papà, anche in quel momento mi eri vicino, in quel momento hai saputo come proteggermi, come non farmi perdere quel poco di umano che mi era rimasto, quanto l’ottava coda prese il sopravvento, quando Pain aveva ormai disseminato morte e distruzione, e tu, papà quella volta eri presente, salvandomi da ciò che in parte sono, un mostro.

Se mi odierai non potrò biasimarti, ma sappi che credevo in te e in quelle speranze che sempre più forti ardevano in me osservandoti, piccolo e forte allo stesso tempo. Tu, che di malvagio non avevi niente avresti potuto usare la forza di Kyubi per qualcosa di buono.

E leggendo ancora, quelle lacrime ignoranti cadono di nuovo dai miei occhi, bagnando la carta ingiallita. Appannandomi la vista senza permettermi di continuare.

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