It's gonna rain, dear

It’s gonna rain, dear

C’è da dire che quando una persona a cui tieni ha un buon profumo, che puoi sentire come e quando vuoi, diventa quasi un dovere cercare in ogni momento di strusciare il tuo corpo contro il suo, cercare quella vicinanza e trovare addosso a lui, ogni volta, quell’odore così intenso e significativo… accidenti… devo dire che è quasi nostalgico ripensarci, ora come ora.


Ma poi non so… ultimamente è bello concentrarsi sul profumo della sua pelle, è una cosa che… mi rimane impressa, sì… anche quando non siamo vicini. Certo, ho tanti altri modi di sentirlo vicino a me anche quando non c’è… ma dopotutto… forse la sto prendendo troppo seriamente questa cosa, voglio dire, a volte devo essere davvero una piattola, mi appiccico mentre sta facendo le cose più varie…

Il fatto è che quella che emana lui è un’atmosfera così sensuale… enigmatica… se l’oscurità ha sempre questa sensualità potrei anche diventarne dipendente…

Ma cosa diavolo sto dicendo? Lasciamo stare.

Certo che è una noia aspettarlo qui…

Riku fece un sorriso, chiudendo con un leggero “paf” il diario. Sora era rigido, con lo sguardo misto a imbarazzato e divertito.

“Non dovresti sorridere sai, ho appena letto una cosa personalissima” disse Riku, restituendo il piccolo diario marrone al ragazzo, che lo prese al volo, affrettandosi a rimetterlo nella tasca dei pantaloni.

“Sì, certo, come se tu non le avessi mai sapute certe cose, eh…” rispose il più piccolo, mentre riallacciava le bretelle gialle della tasca. L’altro sorrise assumendo un’espressione fiera.

“Bè, io sono l’oscurità no? Allora posso anche…” Riku si interruppe, muovendo alcuni passi verso Sora, il quale lo guardava incuriosito.

“Se adesso mi baci sei davvero prevedibile, altro che oscuro” rise il ragazzino, buttandosi tra le braccia del suo ragazzo, che lo baciò per poi diventare nuovamente serio.


“Io non sono prevedibile, sei te che prevedi sempre tutto e rovini qualunque cosa… mocciosetto della chiave”

“Eh! Parla il pony della strega, eh?” ridacchiò Sora, avvicinando il proprio corpo ancora di più a quello dell’altro.

“Però intanto il pony ha l’arma più figa della tua”

“Ohhh… e quale arma, esattamente..?” i due si scambiarono uno sguardo malizioso, per poi scoppiare a ridere, stringendosi ancor più forte di prima. Il silenzio arrivò presto, guardandosi negli occhi.


“La sai una cosa, Riku?”
disse il ragazzino, sollevando la testa dal petto di quello che lui chiamava “capello bianco”.

“Cosa?”


“Hai davvero un buon odore”
lo sguardo di Riku cadde prima sull’erba umida, dove stavano coccolandosi, per poi correre lontano verso il nulla dell’oceano infinito. Le nuvole grigie si stavano addensando sempre più, presto o tardi sapeva sarebbe piovuto anche sotto quell’albero di palma così grande e protettivo.

“Ma che dici… è sensuale, eh!” rispose Riku con fare risaputo a Sora. Quest’ultimo si limitò ad osservarlo per qualche istante, prima di appoggiarsi di nuovo al suo petto, sospirando.

Passò qualche minuto, senza nessun rumore che avrebbe potuto interrompere quella pace e quella calma così innaturali. La luce andava lentamente spegnendosi, e il ragazzino si strinse all’altro, quasi impaurito.


“La prossima volta che Kairi ha voglia di farti visita a casa, potresti anche darti per morto però… dopotutto il keyblader può morire ogni tanto…”
furono le prime parole dopo alcuni minuti di Riku, le quali suscitarono una mezza risata a Sora, che alzò la testa divertito.

“Certo, certo… e cosa ha di così speciale casa mia? Sai che io sto bene anche così, c’è il fresco… e sono vicino a te!” gli occhi curiosi del piccoletto ricordarono per un attimo al più grande il perché dell’essersi innamorato di lui, il perché avesse deciso di condividere la sua vita con quella di quel buffo ragazzo quindicenne che in quel momento lo squadrava, cercando di capire cosa pensasse.

La mano gli cadde sulla schiena, da cui scivolò fino ad arrivare al fondoschiena, che strusciò portando poi le dita sotto l’intimo del ragazzino, il quale sussultò.

“Riku…” disse l’altro, sorridendo; il ragazzo dai capelli argentati si abbassò fino a toccare con la schiena l’erba soffice, su cui poi appoggiò Sora, prima di togliersi la maglietta ed abbassare i pantaloni e gli slip dell’altro, denudandolo.

“Ma… Riku…” ripetè Sora, cercando con lo sguardo le labbra del suo ragazzo, perso a massaggiare dolcemente le natiche e le gambe di quel corpo che desiderava così tanto, ogni volta.

“Stavolta non la scampi con un bacio, ah no! Al bagno ci sei andato prima, oggi non ti sei lamentato per il mal di pancia e non fa fr…” il ragazzo si interruppe, osservando la propria dolce metà sollevarsi sui gomiti per poi attaccarsi al suo collo e dargli un bacio sulle labbra, tornando a stendersi sull’erba fresca.

“Spero solo che… almeno questa volta… non succeda di nuovo, che qualcuno ci veda… Riku” furono le uniche parole di Sora. Riku si sentì piuttosto gonfiato – sopratutto dentro l’intimo – dalla frase, che tuttavia sapeva essere stata pronunciata con uno scopo ben preciso, che era evidentemente stato raggiunto. Sentì anche il proprio cuore aumentare i battiti, mentre il respiro cominciava a velocizzarsi.

Fu solo qualche secondo dopo: il corpo del ragazzo più piccolo, su cui cominciavano a comparire i primi peli poco sopra il pube – già abbondantemente sviluppato ed eretto – e sotto le ascelle, si ritrovò accovacciato di lato e con le gambe divaricate, mentre il corpo dai muscoli definiti dell’altro si insinuava sempre più verso di lui. Un calore precedette l’unione dei loro corpi.

Sora percepì distintamente le dita che allargavano l’apertura, mentre lui gemeva – più per il dolore che per altro – e sentiva il cuore aumentare di battito sempre più. Chiuse gli occhi, posando la mano sul proprio membro e muovendolo distrattamente.

“Ri… Riku… ah! Fa..male…” gemette il ragazzino. Lentamente avvertì il dolore cancellarsi, venendo sostituito dal piacere, e dalla sensazione di freschezza del venticello leggero che aveva cominciato a soffiare. Tuttavia la calma durò qualche secondo, prima che una cosa più grande del limite del suo corpo si facesse strada, facendolo gemere, stavolta non più solo di dolore.

“Accidenti… sai, è fresco… però… è anche stretto, mi piace come cosa…” disse ansimando Riku, mentre scivolava lentamente dentro e fuori Sora, il quale cominciava a non sentire più le fitte di dolore, che fino a quel momento lo avevano tenuto lontano dal posare le mani sul pene, impedendogli di fare ancora più rumore di quanto ne stesse già facendo.

“Questa volta… però Riku… non preoccuparti… se vieni dentro… chiaro?” ansimò Sora, mentre le spinte cominciavano a diventare più veloci e pesanti.

“Va bene… se… lo vuoi tu…” rispose Riku, ansimante a sua volta.

Dopo ciò non vi fu più una parola, se non i gemiti dei due, e il vento che smuoveva le foglie della pianta sotto cui si trovavano a consumare ancora una volta quello che, seppure sembrasse la cosa più banale e scontata del mondo, era a modo loro la conferma ogni volta dell’amore e passione che esisteva solamente tra loro due.

Riku si abbassò per baciare il ragazzo che gemeva grazie ai suoi gesti, e sfiorò con le mani le curve del suo corpo, scosso da brividi ad ogni spinta che dava. Continuò rallentando, facendo così calmare il ragazzino, e lo fece girare di novanta gradi, trovandosi con il volto presente nello specchio degli occhi blu di lui, in questo modo lo avrebbe potuto baciare. Sora da parte sua non potè fare altro che allargare le gambe, chiedendo di più, e sentendo qualcosa dentro di lui salire ed avvicinarsi alla punta del membro.

Il vento ricominciò a fischiare aumentando d’intensità, mentre i due continuavano a gemere ed ansimare. Non era poi così importante il fatto se li avessero sentiti o meno, non sarebbe stata la prima volta che qualcuno dell’isola li vedeva nudi o immersi nelle loro cose, Tidus era, fra tutti, quello che li aveva osservati più a lungo in quel periodo, prima di perdere interesse per loro e guadagnarne verso Kairi, ormai cresciuta e diventata una ragazza attraente e dalle forme sinuose.

“Ah… sto… non riesco…” disse ad alta voce Riku, aumentando le spinte nel corpo di Sora.

“Ah… ah! Anche i…” seguì l’altro, avvertendo il liquido del ragazzo dentro di sè, il quale lo constrinse a liberarsi del proprio seme dirigendolo verso lo stomaco della sua causa di piacere. Il calore e la sensazione di bagnato sostituì la precedente fonte di piacere, facendolo sentire terribilmente sfinito. Soddisfatto, ma sfinito.

Riku gli appoggiò le gambe a terra, mentre si preoccupava di coprire lui e il suo ragazzo quantomeno con una maglietta, dato il vento freddo che si stava alzando. Il momento più piacevole per Sora era quello: coccole, coccole e nient’altro. Forse era il suo sentirsi vulnerabile, o semplicemente poter sentire la calma tornare dentro di lui, dopo l’eccitazione. Tuttavia il cielo incupì i pensieri di Sora.

“Rimaniamo qua o ce ne andiamo a casa?” disse dopo qualche minuto, osservando i capelli intrecciati del ragazzo davanti a sè. Si sentiva assonnato, ma non voleva rischiare di bagnarsi e far bagnare Riku, sopratutto dopo quella giornata così tranquilla.

“Andiamo a casa, ovvio… però prima” il ragazzo più grande si alzò in ginocchio, prendendo dalla propria borsa di stoffa nera un fazzoletto di un bianco immacolato, e dandosi una pulita allo stomaco, con sguardo serio. Sora, da parte sua, stava diventando di un colore a metà tra il bordeaux e il fuoco.

“Ah… ehm… scusa, non volevo…” fece Sora, imbarazzato, alzandosi a sedere a sua volta. Si infilò la maglietta, gattonando verso Riku e baciandolo.

“Fa niente, non è mica la prima volta…” rispose quest’ultimo, sorridendo innocentemente all’altro.

“Bè… però non è mica tanto bello che ti sporco così… solo che…” sussurrò il più piccolo, prima di chiudere gli occhi e avvicinarsi tremante con il volto al collo di Riku, appoggiandoci la testa e circondandolo con le braccia. Riku gli posò una mano sulla schiena, osservandolo.

“Riku… ma… cosa eri andato a fare così di fretta?” domandò dopo qualche istante di silenzio Sora. Riku fece finta di guardare da un’altra parte e cercare un posto dove buttare la carta, mentre aveva percepito il membro del suo ragazzo tornare lentamente in erezione, probabilmente a causa della sua mano, che saliva e scendeva lungo tutta la sua schiena, sfiorando i glutei.

“Niente di importante… comunque rivestiti, o tra poco ci sarà molta probabilità che io diventi davvero oscuro” disse, evitando di rispondere all’affermazione di Sora. Fece per alzarsi, venendo bloccato da quest’ultimo, che si tuffò addosso a lui.

“Che stupido!” rise Sora, accarezzandogli con il naso la guancia. Lo sguardo del castano diventò improvvisamente serio.

Ti prego, Riku… non mi lasciare, ho bisogno di te… non nascondermi le cose… ti prego rimani insieme a me, oggi, domani, il prossimo mese, il prossimo anno… PER SEMPRE!” Riku giurò di aver visto una lacrima scivolare frettolosa lungo la guancia del buffo ragazzino mentre gli parlava in quel modo così decisamente troppo serio, dato il suo carattere. Si ritrovò spiazzato, e d’istinto lo strinse a sè, cercando di non farlo piangere.

“Certo che rimango con te… sei troppo mocciosetto per abbandonarti così… e poi hai davvero un buon odore, sai?” disse infine, alzando il volto di Sora e baciandolo teneramente. Il ragazzino tirò su col naso, annuendo e strusciando il volto contro la maglietta del suo fidanzato.

“Andiamo a casa… dopo che ti ho aspettato così tanto… mi sono stancato” mugolò, alzandosi da Riku.

“Lo so, ma a me è convenuto farti aspettare… ho scoperto di avere un buon odore, oscuro e misterioso! Ah!” la felicità che mostrava il ragazzo suonò terribilmente strana a Sora, che tuttavia sospirò e si attaccò alla mano di Riku, iniziandolo a trascinare verso casa, dove sicuramente Kairi non c’era più.

“Dai, alzati però! Sennò ci bagnamo!” disse Sora, tirando forte la mano del ragazzo più grande.

“Sì, un attimo, ti vuoi almeno rivestire?” il ragazzino smise di tirare il braccio di Riku, mentre il suo sguardo diventò un gigantesco punto di domanda, accorgendosi solo in quel momento di essere semi-nudo.

“Ah! Ma sono nudo!” disse, come se fino a quel momento lui fosse stato convinto di essere vestito.

“…Sora, sei un idiota” concluse Riku, successivamente alzandosi e infilandosi i pantaloni, cercando anche quelli di Sora, che era rimasto fermo, in silenzio davanti Riku.

“Ehi…” disse, cadendo a terra col sedere. Aveva lo sguardo imbronciato.

“Bè? Che ho detto?” rispose il più grande, mentre si infilava la maglietta.

“…hai detto che sono idiota!” urlò il ragazzino, afferrando i pantaloni coperti di sabbia e rivestendosi, infilando la gamba degli shorties con violenza.

“Ma ti sei offeso davvero?” chiese Riku, squadrando l’altro. Non poteva crederci che si fosse offeso per così poco.

“Bè, non mi dici dove sei andato! E poi mi chiami idiota! Bastardo…” disse deciso Sora, prima di tornare imbronciato e incrociando le braccia.

“Ma sono andato… io… bè, sono andato… ah, lascia stare dai, non sono andato davvero da nessuna parte di così importante, sono solo andato alla grotta per vedere se…” il ragazzo si interruppe, sentendo alcune gocce cadergli addosso. Avanzò qualche passo verso Sora, urlandogli nell’orecchio per coprire il rumore dei tuoni e della pioggia che aumentava velocemente d’intensità.

“Credimi! Non è niente di che, non preoccuparti! Pensa solo che… ti amo!” il ragazzino spalancò la bocca, venendo poi trascinato via dallo stesso individuo che aveva appena detto una frase del genere.

Lui… lo amava.

Siamo tornati a casa piuttosto zuppi, e mi è passato di mente chiedergli se andasse tutto bene… ma dopo oggi, posso dire senza dubbio che Riku ha visto qualcosa nella grotta, e non sono sicuro sia tutto tranquillo… lui mi nasconde qualcosa, e non mi interessa che vuole evitarmi preoccupazioni “inutili”… io devo sapere cosa è successo.

Sinceramente… devo anche capire se questo ha a che fare con quel “ti amo” detto così di sorpresa, da parte sua.

Odio dirlo… però il suo essere così misterioso… oltre che farlo essere terribilmente affascinante… lo fa sembrare ancora immerso nell’oscurità.

Sora posò la penna sul tavolo, portandosi le mani dietro la nuca e dondolandosi sulla sedia. Fu un attimo: lo specchio gli fece capire quale era la sua preoccupazione.

La keyblade appoggiata al muro da ormai quasi un anno.

Scomparsa, svanita.

Osservò il cielo nero fuori la finestra, perso nei suoi pensieri.

“Non abbandonarmi, Riku” sussurrò, chiudendo il diario e fissando allo specchio il punto vuoto in cui la sua arma era stata appoggiata.

La pace di quei giorni tremò, l’oscurità era nuovamente dietro l’angolo.