Capitolo 1 – A precipizio nel buio

Capitolo 2 – Incontro al buio

Braccia invisibili mi bloccavano l’afflusso di sangue agli arti. La sensazione di intrappolamento, inibizione, confusione… era come se fossi stato legato al pavimento da invisibili catene di ferro strette a ferire la carne.

Immobile. In silenzio nell’immobile oscurità. Non un solo movimento concesso, non un pensiero che non arrivasse dopo la domanda “Cosa sto facendo qui?”, e non un solo rumore intorno. Bè, quasi.
Vicino a me c’era qualcosa che si muoveva, strisciava lentamente avvicinandosi al volto ed allontanandosi verso il basso, percorrendomi i fianchi, avvolgendo per istanti le gambe, la vita, lasciandomi il gelo dentro, fino alle ossa.

Eppure… qualcosa continuava a dirmi che non ero caduto su qualcosa di reale, come un pavimento o qualcosa del genere… era come se avessi avuto soltanto la sensazione di schiantarmi. Tentai di muovere le mani, sentendo solo il rumore delle cose che mi stavano camminando sopra diventare più forte; le sentii avvicinarsi nuovamente al mio volto.

– Andate… via – tentai di parlare, sentendo solo il rimbombare delle mie parole, senza che la bocca si fosse aperta per pronunciare alcunchè. Alcune dita mi presero il volto, stringendo e muovendolo, come fosse stata una bambola vuota. In quel momento avrei voluto gridare.
Le piccole dita smisero di scuotere la mia testa, ormai dolorante dappertutto. Eppure, tutto ciò era sopportabile, come se non potessi provarne neanche una punta, di quel dolore così strano. Bella conquista, mentre sguazzavo nel buio. Non avevo idea di come uscirne, né esattamente di cos’era successo. Ricordavo quei pochi istanti prima di precipitare nel vuoto, per poi avere solo un’immensa voragine nella mente, come se prima di quel tempo io non fossi mai esistito. Era come se fossi… incompleto.

Le creature che mi erano sopra il corpo lentamente scesero da questo e si allontanarono, mentre un’opaca luce iniziava ad intravedersi lontana. Diedi uno strattone ad un polso, sentendolo improvvisamente libero. Mossi qualche passo verso la pallida luce. Era possibile arrivarci, seppure ci fossero piccole macchie nere all’orizzonte.

– Cosa hai imparato oggi? – la voce provenne da qualche parte, nel buio. Continuai ad avanzare quasi correndo, verso quella luce.
– Ogni cuore ha la sua origine, e gli heartless possono essere l’origine di un cuore, in quanto viventi grazie ai cuori delle loro vittime – la luce assunse lentamente la forma di una piccola porta, piuttosto bassa e dai contorni distorti, ma pur sempre porta. Allungai una mano davanti gli occhi, evitando di accecarmi con quella luce così forte, bianca ed ora senza più forme oscure davanti.

– Hai intenzione di andare Zoine? Sei sicuro di farcela da solo? – di nuovo voci rimbombanti nel nulla. Sentii il calore della luce investirmi, mentre ero a pochi passi dalla porta.
– Da solo e senza di te morirò, sappilo – e, improvvisamente, niente più luce.

Buio, nuovamente. Dappertutto. Tentai di guardarmi intorno, riuscendo a distinguere solo il nero di quell’assurdo posto in cui ero finito. E poi successe. Ciò che mi circondava assunse l’aspetto di una piccola stanza dalle pareti multicolore, e vorticò su sè stessa, facendomi sbilanciare e cadere nuovamente a terra. I miei ricordi da lì in poi compiono un balzo inimmaginabile.

“Non dovresti farlo, Xigbar” quando riaprii gli occhi, mi accorsi di essere alla luce del sole, un caldo sole tramontante. Alcune figure giravano attorno a me, o almeno così mi sembrò, data la vista appannata e il mal di testa insopportabile.
“Tanto non sente niente, che male c’è” voci simili a quelle sentite nel buio continuavano a parlare intorno a me. Lentamente percepii di essere disteso su una superfice terrosa, data la polvere rossa che sollevavo respirando, e i sassi conficcati nella mia mano e nel fianco su cui ero disteso.

“Appunto… come puoi fare una cosa del genere ad un cadavere” cercai di snebbiare prima di tutto la nebbia degli occhi, dal momento che muovermi sembrava pressochè impossibile.

“Ma è cari… EHI! MA IL MOCCIOSO HA MOSSO GLI OCCHI!” l’urlo mi raggiunse le orecchie come una trivella. Tutto era terribilmente insopportabile, anche se ora riuscivo quantomeno a vedere cosa succedeva intorno.

“Visto? Che ti avevo detto?” l’altra voce invece, fu talmente bassa da risultare ad un tono normale anche nella mia testa confusa.

“Ehi… tu, ragazzino, come stai? E quale sarebbe il tuo nome? Cosa diavolo stai facendo a terra in mezzo la città dei Nessuno?” una mano riuscì addirittura a stringersi a pugno, tanto era il nervosismo del momento. Se fossi stato in condizioni migliori, avrei staccato la testa dal collo a quell’idiota – con una coda simile a quella d’un pony – il quale mi tormentava in quel modo, riempiendomi di domande.

“Dubito sappia già parlare, Xigbar” l’altra voce giunse stavolta più vicina. La figura incappucciata in un cappotto nero diviso da un’enorme cerniera mosse alcuni passi verso di me, sollevandomi e mettendomi sopra le proprie braccia. Intravidi solo una parte del volto del mio trasportatore, poi la mia attenzione venne catturata da un rumore simile ad uno strappo soffocato, come se qualcosa si fosse irrimediabilmente lacerato. La figura che mi teneva in braccio si voltò per vedere se Xigbar lo stesse seguendo, e io vidi ciò che aveva prodotto il rumore: uno squarcio nel mezzo dell’aria, con all’interno una mescolanza di colori tendenti al violaceo od al nero. Sembrava il mondo in cui ero stato fino a qualche – così mi piace pensare – minuto prima. Richiusi gli occhi, avendo perso le speranze di capire cosa stesse succedendo.

“E quante altre cose pensi di sapere su di me?” dissi, debolmente, guardandolo stanco negli occhi.
La gola andava via via prendendo fuoco, come avessi urlato per ore e ore a uno di quegli squallidi Nessuno. Ammetto che è una sensazione conosciuta, adesso.
La presa sotto di me mancò, e caddi a terra, rotolando su un fianco ed entrando nello squarcio oscuro. Dall’altra parte Xigbar rise.

“Simpatico, davvero molto simpatico” mormorò freddamente l’uomo incappucciato, che attraversò insieme l’altro il passaggio, il quale si richiuse appena tutti e due furono nella stessa stanza bianca e vuota – tranne che per alcune colonne circolari ed una porta in fondo all’immenso corridoio – dove ero rotolato io. Tentai di muovermi, avvertendo solo in quel momento il dolore al sedere ed alla spalla.

“Eddai, Xemnas! È stato divertente!” Xigbar mosse qualche passo avanti, venendo ad aiutarmi. Sentivo il corpo terribilmente stanco ed annichilito, quella stessa fastidiosa sensazione del risveglio mattutino.
“A quanto pare vi somigliate, bene, divertitevi, io aspetto nell’altra stanza” detto questo, l’incappucciato iniziò a camminare frettolosamente avanti, come avesse cose più importanti da fare. Sicuramente quella non era una persona granchè socievole, il che lo rendeva a suo modo affascinante e curioso. Al contrario di Xigbar, decisamente troppo altruista in quel momento.

“Dai, alzati, andiamo a vedere di farti vestire e reclutarti ufficialmente nella nostra organizzazione” sorrise, quasi spaventandomi, data l’enorme cicatrice sul volto che aveva. Si stringeva ed allungava ad ogni sua espressione, ed ogni volta mi faceva rabbrividire. Ma non era importante, ora era di priorità molto più elevata il capire cosa stava succedendo, dove ero finito, e se quella gente era pericolosa.

“Ma… in che senso vestirmi…” abbassai lo sguardo, notando solo in quell’istante di essere completamente nudo.
“AH!” mi coprii all’istan
te il pube, che penzolava gioioso all’aperto. Tuttavia non arrossii, non ne sentii il bisogno. In mezzo a tutta quella confusione, potevo riconoscere che quantomeno il corpo era il mio.

“Non preoccuparti, non hai niente che io non abbia già visto” disse, annoiato, Xigbar. Si voltò, per poi dirigersi anche lui verso il lungo corridoio dalla fine incredibilmente lontana. Continuai a tenere le mani sulle parti basse, camminando in maniera piuttosto goffa. Per quanto mi riguardava, ne avevo già abbastanza di tutta quella confusione.

La camminata istruttiva durò qualche minuto, finché non arrivammo davanti l’enorme porta – molto più grande di quanto mi aspettassi, vedendola da lontano – dai battenti ornati con due strani simboli simili ad un cuore rovesciato.
Un gesto di Xigbar, e uno dei due battenti si schiuse appena, permettendoci di passare.

“Ma cosa..!” la stanza in cui ero appena entrato fu uno shock visivo: soffitto, pareti, pavimento… tutto era nero, buio, oscuro. Le scale… soltanto le scale erano di un colore diverso: dello stesso, identico e freddo bianco del corridoio precedente. Le rampe di scale erano alternati a piattaforme, le quali si arrampicavano a chiocciola in alto, fino allo spiazzo più grande, la cima, sulla quale erano posizionate alcune apparecchiature simili ad enormi computer, e con sopra – quasi come una grande immagine dipinta da un artista – v’era la luna più strana che avessi mai visto: la forma era quella di un cuore a metà, e la luce pallida ma terribilmente affascinante era quella del satellite terrestre, nelle sue notti più luminose. Rimasi a bocca aperta per parecchi secondi, prima che Xigbar mi scuotesse per una spalla.

“Ehi… sveglia, non ti fissare o rischi di diventare come Xemnas” tornai alla realtà, spostando lo sguardo verso l’uomo, che notai in quel momento portare una benda da pirata su un occhio. Capelli bianchi e neri a strisce, cicatrice enorme sul volto, viso lungo e occhio bendato come i pirati. Quell’uomo poteva definitivamente concorrere come nuovo limite di stranezza umana.
Seguii Xigbar lungo le scale, dando di tanto in tanto un’occhiata al di sotto delle piattaforme: il nero infinito regnava sovrano, quasi risucchiandomi; eppure non sentivo la paura dentro di me, nè l’angoscia, mentre normalmente avrei dovuto morire d’infarto dato il mio terrore per le alture, che sapevo in fondo di avere, dopotutto. Evidentemente ero un tipo da mare, come si usa dire.

Sul grande spiazzo dove vi erano le apparecchiature notai in quel momento un uomo senza cappuccio saltare nervosamente da uno schermo all’altro, digitando velocemente qualcosa sulle tastiere integrate nel pannello metallico di ogni apparecchiatura. I suoi capelli erano bianchi, lucidi, ed il suo viso stranamente familiare.

– No – non poteva essere lui, come poteva. Non doveva esserlo.

“Tu… TU!” tolsi le mani dal proteggere il pene, scattando avanti, verso l’ultima rampa di scalini.
“Ma dove… ehi! Dove vai!” disse Xigbar, muovendosi dietro di me, cercando di raggiungermi. Il mio obiettivo in cima alle scale si voltò distrattamente, lanciandomi uno sguardo disinteressato e tornando sui suoi computer. Mi chiesi se mi avesse riconosciuto, e se sopratutto fosse davvero lui.

“Frena, frena, ragazzo… vuoi almeno metterti qualcosa addosso, prima di saltare addosso Xemnas? Posso capire sia un bell’uomo, ma…” davanti a me si parò il volto del vecchio pirata, davanti al quale persi l’equilibrio, cadendo nuovamente a terra, e stavolta rotolando fino in fondo le scale. Sentii le gambe finire nel vuoto, e riuscii ad aggrapparmi con le mani alla piattaforma, penzolando nel nulla.

“Oh, accidenti… ma sei un disastro, ragazzino!” la voce di Xigbar mi raggiunse dal punto in cui si era materializzato. Scomparve per un altro secondo, ricomparendomi davanti ed afferrandomi le mani, tirandomi su, sulla superfice quieta e sicura della piattaforma.

“Ma… lui… Ansem…” ansimai, più per la fatica che per la paura, non staccando gli occhi dalla figura a volto scoperto che continuava a correre ed osservare gli schermi. Sembrava un folle, o forse lo era.

“Sì, lui è il… oh, sicuro… tu devi essere il caro collega… Ienzo” lo sguardo di Xigbar mutò improvvisamente in un’espressione divertita. Il nome mi provocò una fitta alla testa, mentre il pirata scoppiò a ridere, producendo nuovamente quel fastidioso rumore simile ad una normale risata. Riuscivo a comprendere una cosa in tutto quel susseguirsi d’eventi: non avevo la minima idea di cosa stesse succedendo.
La cosa mi dava fastidio, molto fastidio. Fin troppo…

“TU… COME FAI A… ah… è inutile…” distolsi lo sguardo da Xemnas. Era tutto inutile, alla fine, anche avessi scoperto se quell’uomo era davvero Ansem cosa avrei ottenuto? Non avevo poteri, nè tantomeno la forza, non avevo nemmeno… l’immagine mi trafisse la mente come un lampo: il libro. Il libro di Xehanort.

“So cosa stai pensando, Ienzo” disse l’uomo in cima la scalinata, continuando ad andare frettolosamente avanti e indietro. Ora però sembrava si interessasse un pelo di più a me e alla mia inutile agitazione e voglia di ucciderlo. Tuttavia sorrisi, era la seconda volta quella che cercava di leggermi i pensieri, era curioso.

“Xigbar, dagli il libro, dovrebbe saperlo leggere in teoria…” finalmente colui che sembrava essere il capo, si bloccò dalla sua intensa attività di corsa olimpionica. Cominciò a scendere le scale buttando occhiate agli schermi dietro di lui, mentre Xigbar fece comparire dalla sua mano – con tanto di effetto “fiammata viola” – il grande libro rosso il quale ricordai di non riuscire a leggere. Un’altra fitta alla testa.

“Ora non ricordi nulla, Ienzo… vero? No, aspetta! Forse dovrei chiamarti Zoine… tu e l’altro tuo amichetto vi divertivate a darvi soprannomi, no?” il cappotto nero di Xemnas ondeggiò appena quando scese l’ultimo scalino, mentre il proprietario dell’abito si avvicinò abbastanza a me da abbassarsi e creare una distanza infima tra il mio volto ed il suo. Una cosa ora potevo dirla con certezza: quello non era Ansem, ma qualcuno che gli somigliava tremendamente e sapeva ciò che sapeva lui.

“Dimmi solo cosa sta succedendo, non mi interessa il tuo giudizio su cosa faccio o meno, accidenti!” una risata sguaiata fuoriuscì dalla bocca dell’uomo, spegnendosi quasi subito. Il suo sguardo era un misto di curiosità e divertimento. Xigbar mi posò il libro in mezzo le gambe, coprendomi le parti intime, ancora scoperte.

“Tra poco ricorderai tutto… Xigbar! Portalo in cima le scale, vediamo cosa riusciamo a ricavare da questo piccolo genio!” l’ultima cosa che vidi fu Xemnas rialzarsi, ridendo, e voltarsi dandomi così le spalle. Sembrava volesse tornare alla sua postazione in fretta. Mi alzai per seguirlo, tenendo saldamente in mano il libro.

“Niente rancori, ragazzino” la voce dell’uomo bendato fu come un sibilo dietro le mie orecchie. Una fitta al collo, quasi come una puntura, ed ancora quel dolore così strano… quasi finto.

Caddi in avanti, vedendo la luna spegnersi tra la nebbia ed il buio. Finalmente.
Finalmente. Un po’ di meritato riposo. Forzato.