Autoconclusivo

Autoconclusivo

Autrice: Whattina / Aiko [ che son sempre la stessa persona ‹3 ]

Personaggi: Matt, Mello. Matt POV

Pairing: Shounen-ai MattxMello

Rating: Giallo

Disclaimers: Non posseggo DN, o Mello sarebbe ancora in vita insieme a Matt e L, mentre Light sarebbe stato ucciso fin dalla prima puntata ‹3 E poi se fosse mio sarebbe un anime vietato ai minori. *heart*

Death Note © Tsugumi Ohba & Takeshi Obata.

Musica Ascoltata: Mad/Back to what you know – NeYo; Endlessy/Hysteria/Time is Running Out – Muse.

Note dell’Autrice: Oh. Che dire? Scritta molto tempo fa, sicuramente non la prima su Death Note, spero non l’ultima, ma la prima su Internet. So che questo genere di shot con Matt e Mello sono frequenti, ( anche se io leggo più dal fandom inglese ), ma mi andava di scrivere qualcosa di Canon. Lo Shonen-ai non era intenzionale, ma rileggendola mi sono accorta che, sì, ci sta. E non me ne sono accorta solo io, quindi grazie a Manu che me l’ha fatto notare ‹3

Buona lettura *heart*

PS: Leggero spoiler del vero nome proprio di Matt.

Lussuria, Veleno e Cioccolato

Impossibile definire Mello con un semplice aggettivo.

Uno non bastava, due erano anche troppi.

E non riuscivo a trovare nessuna via di mezzo.

Dopotutto, non esiste alcuna scappatoia per uno che, se tutto non va come previsto, ficca in bocca allo sfigato di turno la sua pistola e preme il grilletto, soltanto per vedere quali strane immagini disegnerà il suo sangue proiettato sulla parete di fronte. E nel frattempo lascia scivolare la lingua lungo una tavoletta di cioccolato che puntualmente tiene in mano: ne saggia un pezzetto, in un bacio dolce, tra denti, lingua e labbra mentre il cioccolato si scioglie lentamente. Poi, ne strappa un morso con soddisfazione.

Un gesto secco: tlac.

“Cosa cazzo hai da guardare ancora?”

La voce roca, il viso contratto in una cicatrice enorme e informe, eppure ancora perfettamente espressivo mentre abbassava lo specchio e spingeva via le bende imbrattate di sangue e pomata giallastra.

Tipico, non era cambiato di una virgola, e il suo orgoglio idiota gli continuava a suggerire di comportarsi da uomo forte e vissuto.

Anche con me.

Non mi lasciai impressionare dalla sua irritazione, e strinsi la sigaretta che tenevo tra le labbra mentre gli lanciavo una tavoletta di cioccolato.

Fondente, ovvio. La dolcezza del latte non era adatta al suo caratteraccio.

“Quando puoi, aggiungi alla tua lista di cose da fare un ‘Ringraziare Matt’. Solo quando decidi di alzare il tuo culo arrostito dal letto, eh.” dissi allontanandomi dal letto e lasciandolo solo nel suo angolo.

Non intendevo essere duro con lui. Non lo ero mai stato, e avevo sempre sorbito in silenzio urla, pugni e insulti. Ma le sue solite scenate da ragazzina in fase premestruale che si svolgevano alla Wammy’s non avrebbero funzionato, non stavolta.

Perchè la paura mi storpiava ancora il battito cardiaco.

Frugai invano nelle tasche dei jeans alla ricerca di una Lucky Strike, mentre il mio sguardo si spostava sul posacenere incredibilmente pieno.

E sospirai: era ora di uscire e fare rifornimento.

“Ehi boss, sto uscendo. A dopo.” non potei evitare di sorridere appena mentre mi affacciavo nella stanza che occupava Mello. Le vecchie abitudini non muoiono mai, dopotutto.

Ma quando mi chiamò, non mi voltai.

Una, due volte.

La terza, forse, la sentii solo io:”Mail!”

Controvoglia, tornai sui miei passi, appoggiandomi allo stipite della porta:”Sì?”

Lui tenne fermo lo sguardo, orgoglioso, ma sapevo che stava esitando.

Forse stava scegliendo le parole giuste, non saprei dirlo.

Ma quando appallottolò la carta argentata della tavoletta, e me la tirò con un sogghigno, intimandomi di comprargliene altre, non potei trattenermi dal mandarlo a fanculo tra una risata e l’altra.

“Un giorno di questi mi farai davvero morire, Mel.”

Quando tornai, portandomi dietro due sacchetti della spesa, lo vidi seduto sul divano intento a smanettare con il mio computer. E dalla sua espressione potevo tranquillamente giurare che l’apparecchio stava avendo la meglio.

Uh-ho, allarme biondo.

“Che cazzo stai facendo?”

“Questo coso non funziona” ringhiò il biondo, senza prestarmi molta attenzione.

Sospirai, mentre mi sedevo accanto a lui e mi sporgevo per prendere il portatile.

“Levati, supergenio, ci penso io”.

Mello e la tecnologia vivevano su due pianeti differenti. Lui preferiva pugni e colpi di pistola, al restare chiusi in una stanza a pensare ad una contromossa più silenziosa. Dopotutto, per questo tipo di cose, esistevo io.

Mello esitò un momento, prima di lasciarmi fare e cominciare a darmi istruzioni, così che le mie dita cominciarono a volare sui tasti con agilità mentre, assorto, lo ascoltavo.

Ma dopo un paio di click mi bloccai, lasciando ricadere i goggles sul collo e sul petto e lo guardai in cagnesco:”Ancora con questa roba, Mello?”

“Sì”, rispose, addentando un pezzo di cioccolato appena scartato.

“Ti si è fuso anche il cervello in quella merda di buco in cui ti ho trovato?” gli urlai, spostando il computer a terra.

Lui non si mise sulla difensiva, non lo avrebbe mai fatto.

Si alzò, per guardarmi deciso dall’alto in basso, per darmi l’impressione di essere piccolo e inutile al suo cospetto, per farmi avere paura di lui. E con quella cicatrice che ribolliva sul suo volto, era di una bellezza spaventosa.

“Questa guerra non è ancora finita, Matt. E io voglio vincerla, posso vincerla. Vincere su Kira e vincere su quello sgorbio bianco di Near, per me è la stessa cosa e non mi interessa altro. Una volta raggiunto il traguardo, voglio vedere gli altri ansimare ancora in corsa dietro di me.”

I suoi occhi azzurri erano veleno infuocato sotto la frangia bionda.

Corrosivi, letali.

Credeva in quello che diceva, e morire per i suoi ideali era solo un modo per sottolineare la sua ragione.

Strinsi i pugni fino a sentire gemere la pelle dei guanti tra le dita, impotente.

“Non ti chiederò di aiutarmi a catturare Kira, o a battere Near. Non ti chiederò di aiutarmi ancora. Decidi da solo di quello che vuoi fare della tua vita, io no..”

Non finì, perchè non glielo permisi.

Ne avevo abbastanza delle sue parole di giustizia, delle sue gare infinite, del suo fottuto orgoglio. Era da quando fuggì dall’orfanotrofio che avrei voluto prenderlo a ceffoni per quello che aveva fatto, e cancellare quel ghigno di superiorità che sempre gli piegava le labbra. Ma non mi aveva permesso di restare al suo fianco, non mi aveva avvertito della sua fuga.

Mi aveva considerato meno di zero, quando io ero sempre stato la sua ombra.

E ora, sentire finalmente il mio gancio destro che si schiantava con forza contro la sua guancia, fu una liberazione.

E ovviamente mi aspettavo la sua reazione, i suoi riflessi acuti mentre rispondeva al colpo con uno diretto allo stomaco.

Dritto al punto, come sempre.

Continuammo a mordere, graffiare, colpire alla cieca sul divano e poi rotolando a terra, io sfogandomi, lui forse solo per difesa.

Non sarei riuscito a trovare alcun altro motivo.

Combatterlo era forse l’unico modo per sentirlo davvero presente.

La lotta sfumò all’improvviso così com’era cominciata, mentre lui teneva forte tra le mani i miei pugni.

Ci guardammo in cagnesco per quelli che avrebbero potuto essere minuti, ore, giorni. Il nostro tempo era limitato al massimo, ma ancora ci ostinavamo a fissarci, graffiati, sporchi e sudati.

Sapevo cos’era Mello, lo conoscevo meglio di chiunque altro. E Mello era Mello, punto. Lussuria, veleno e cioccolato. Provare a descriverlo meglio, in un qualunque altro modo, sarebbe stato un insulto.

E mentre una lacrima di sangue scendeva dalla piaga che gli corrodeva il viso, sospirai, abbassando le spalle.

“D’accordo. Ma un giorno di questi mi farai davvero morire, Mel.”

Davvero.